POPULISMO A CREDITO

Mille e non più mille, mille e non più mille, mille e non più mille. Ripetetelo insieme a chi scrive mentre danzate, magari come i dervisci danzanti e avrete apparecchiato il mantra in voga tra intellettuali, scrittori, giornalisti e componenti della cosiddetta intelligentsia italica. Loro, credetemi, nel nuovo Millennio provo non vogliono entrarci, quindi, per favore, fatemi voi il piacere di rimanere ancorati  voi al Novecento e alle sue code avvelenate, con tutte le acque sconfessate a parte quelle dei neo-lib, neo-con e accoliti vari.

Che volete farci, evidentemente si erano trovati bene con le categorie tardonovecentesche vuote di senso. Destra e sinistra, mondoapertisti e mondoprotezionisti, postmoderni e postfordisti, postfascisti e molti post su facebook e istagram.

Alla fine avevano coniato anche un’altra, definitiva genaliata per far capire la loro immensa capacità analitica e critica: anti-sistema, anzi no, meglio rincarare la dose, anti-sistema e populisti, demagogici e volgari.

Ora verrebbe da obbiettare, dopo il caso Hitler e Mussolini, le democrazie occidentali si erano e dotate di strumenti che impedissero esattamente questo, ovvero a qualcuno partito, o persona singola, di farsi antisistema e abolire la democrazia. Riformarla, trasformarla, adeguarla, magari anche svuotarla, ma abolirla proprio no. Tutti gli altri sistemi, non essendo democratici, ma oligarchici o di gruppi, dovrebbero essere aboliti in democrazia, anche se raramente lo sono.

Poi c’è l’altra genialata quella del populismo. Veramente esilarante quella. Premesso che tutta la politica moderna, a partire dal sistema dei Boss negli Stati Uniti del XIX secolo è e è rimasta populista nel senso stretto. A parte che, e non occorre scomodare McLuhan per questo, tutto il sistema di comunicare moderno e, a maggior ragione quello social contemporaneo, è populista in sua essentia, a parte che sono le stesse connotazioni di partito di massa, opinione pubblica ecc ecc a essere populiste, vediamo di calare nel particolare questa geniale definizione di populismo contemporaneo.

Scusatemi per l’esempio tanto piccolo, piccolo piccolo, prendiamo un paese uno di quelli giovani e vecchi al contempo, uno di quelli che da sempre faticano ad essere un paese, chiamiamolo Italia, ad esempio, così per fare un nome.

Avanza il populismo antisistema: pericolo dei pericoli, l’arrivo dei barbari. Gli intellettuali si inquietano, si dimenano, si indignano, si arrabbiano, si arroccano e certamente non si preparano all’esilio. Avvertono e si avvertono.

Ammettiamo che i barbari in arrivo siano populisti, e  ammettiamolo pure, secondo i termini dei geniali analisti, questo vorrebbe dire che i precedenti al potere, quelli di prima insomma, non fossero populisti, che fossero tutto tranne che populisti. vero?

Orbene mi si dica un po’ chi erano i precedenti al potere: Renzi e Berlusconi, ah già Renzi e Berlusconi, Mr rottamazione e Mr un milione di posti di lavoro, erano loro o mi sbaglio? E questi sarebbero stati i non-populisti?

Lasciamo perdere e passiamo oltre e lasciamoli scrivere, sperando che qualcuno faccia in modo di farli uscire presto o tardi  dalla loro bolla di autoconvincimento, autoassolutorio e autoreferenziale. Tutte cose che fanno rima con automa, con automazione in arrivo, in questo sono in perfetta sintonia con il tempo presente.

 

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

Ma io dico che la colpa è nostra

È evidente che la gente è poco seria

Quando parla di sinistra o destra.

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Giorgio Gaber

 

Questo lo diceva Giorgo Gaber in una famosa canzone che ha fatto storia. Peccato che questa gente debba anche essere foraggiata dal pubblico per essere poco seria. Se i barbari fossero barbari davvero taglierebbero i fondi ai giornali, alle riviste, all’editoria e a tutta la pletora di intellettualoidi che campano a latere di un sistema politico-economico.

Purtroppo temo che né Siùr Matteo né Don Luigino siano abbastanza barbari per farlo e che tutto rimarrà come prima e che i nostri bravi soloni continueranno a pontificare e additare tutti di populisti.

Purtroppo i problemi che si affacciano prepotenti nel nuovo Millennio esigerebbero che fossimo tutti, molto molto seri. Gli intellettuali non si occupano di cose serie appunto, ma questa è un’altra storia, anzi la storia in cui ce la prendiamo con la storia, per dirla alla Gaber.

Ma io con chi dovrei prendermela se in questo paese abbiamo pensatori di tal fatta?

 

Marco Incardona

 

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ALCUNE CONSIDERAZIONI POLITICHE DEL DOPO ELEZIONI

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Premesso: stiamo parlando di democrazia parlamentare, non di filosofia, ideologia, rivoluzione, coerenza immutabile, ripicche e personalismi.

Chi si presenta alle elezioni politiche di una Repubblica parlamentare sa che deve farlo certamente in base ad una griglia di valori e di idee politiche chiare e precise, ma provando ad ottenerli in base a contingenze o “fasi” politiche, che dipendono dallo svolgimento e dalle evoluzioni politiche sancite dalle tornate elettorali e non solo.

Il giudizio sull’operato di una forza politica si basa proprio sulla sua capacità di applicare e rendere fattiva una griglia di valori politici chiari in base alle contingenze politiche mutevoli.

Entriamo dunque dans le vif du sujet…

Negli anni Novanta, quando la globalizzazione si affacciava all’orizzonte, quando il Muro era appena crollato, quando la dottrina keynesiana sembrava morta politicamente, quando la Russia sembrava in ginocchio, proporre da sinistra una stagione di riforme in consonanza con la globalizzazione aveva senso, senso elettorale.

Le sinistre che allora lo hanno proposto in Europa, anche in forme diverse, potevano essere avversate ideologicamente dalle sinistre radicali o dagli ideologi teorici, ma non potevano essere smentite dai fatti, e soprattutto non poteva essere messo in discussione il fatto che quella politica avesse un senso “storico” nel seno, tocca ripeterlo, di democrazie parlamentari e di partiti di massa.

Nel 2018 dopo dieci anni di crisi economica drammatica, dopo che il mondo unipolare è crollato, dopo la globalizzazione ha palesato le sue contraddizioni, dopo che le diseguaglianze sono cresciute dimostrando le illusioni delle sinistre anni Novanta, continuare su quella via era una follia non solo ideologicamente, ma anche politicamente.

Il mondo è cambiato e tra l’altro una nuova rivoluzione tecnologica ha accelerato il processo di automazione a livelli di cui ancora non vediamo del tutto i frutti. Abbiamo più prodotti e viviamo meglio tecnologicamente, ma non siamo più ricchi. Anzi mai come oggi settori crescenti di classe media stanno scivolando inesorabilmente verso la povertà. Il mondo vive qualitativamente meglio ma quantititivamente peggio. E la caduta tendenziale del potere da reddito salariale trascina, prima o poi, anche quella del potere da reddito da capitale. Un circolo vizioso che non può essere risolto dalle alchimie politiche degli Anni Novanta. Punto.

La ricchezza prodotta da questa rivoluzione tecnologica dagli esiti imprevedibili, sono al momento a disposizione totale di pochi gruppi di potere, che certamente aumentano il proprio potere apparentemente a dismisura, ma in realtà spalancano scenari di ingestibile crisi sociale.

Rivoluzione tecnologica e crisi economica sono le coordinate su cui giudicare oggi una forza politica che si definisce popolare e di sinistra. e non solo mi verrebbe da aggiungere.

La rivoluzione tecnologica ha cambiato profondamente le forme di interazione tra cittadinanza e politica e lo ha fatto superando spesso e volentieri i tradizionali corpi intermedi politici (i partiti), economici (i sindacati e le rappresentanze industriali) e comunicativi (stampa e televisione).

Da una parte la concentrazione di ricchezza ha avuto il suo specchio nella trasnazionalizzazione delle scelte politiche in luoghi esterni al perimetro democratico e prese da elite politiche apolide e professionalizzate, dall’altro il coinvolgimento collettivo alle scelte generali ha richieste nuove forme di coinvolgimento politico.

Di fronte allo scenario che ho provato a delineare, il fallimento della sinistra socialdemocratica europea e del PD a guida renziani non sono solo contingenti, ma epocali.

E non si può credere che l’aver trasformato questi partiti in rappresentazione di massa delle classi borghesi agiate e delle competenze globalizzate possa minimamente mascherare questo fallimento.

Tutta la traiettoria della socialdemocrazia era stata quella di allargare il perimetro di rappresentanza dalle classi operaie e lavoratrici, a quelle borghesi più progressiste.

Oggi le socialdemocrazie sono gusci vuoti, in cui le fasce popolari non vi sono più e le classi borghesi che le appoggiano non sono quelle disposte a riflettere sugli interessi generali di tutta la popolazione, mettendo da parte egoismi propri di casta, ma proprio coloro che sono più trincerati nella visione arcobaleno e “positiva” consentita dall’egoismo della propria ricchezza. Di questa vacuità, per certi versi immonda, sono espressione gli insulsi intellettuali conformisti che appoggiano da anni scelte scellerate che hanno liquidato la socialdemocrazia.

Ambientalismo, democrazia diretta, politica popolare, ascolto delle sofferenze sociali, proposta di lotta sociale e di conflitto, ovvero il patrimonio genetico della sinistra storica, sono oggi appannaggio di altre forze.

Alla fine, piaccia o no, la gente questo lo ha capito e ha fatto la sua scelta.

Le classi popolari e le borghesie progressiste, quelle che pensano che solo il benessere collettivo può rendere possibile il benessere individuale, hanno scelto il Movimento Cinque Stelle.

Le borghesie impaurite, gli operai che vivono in zone dove il lavoro non è sparito, ma si affaccia l’orizzonte della loro scomparsa, hanno scelto la Lega di Salvini.

Apparentemente si tratta di un requiem per il PD. Questo solo se si pensa che la storia e la fine di questi partiti abbia qualcosa a che fare con i valori di benessere sociale che la sinistra aveva incarnato. In realtà si tratta solo d un requiem per Renzi ed il suo gruppo di yuppies fiorentini che hanno saputo solo farsi odiare con la loro arroganza ed egoismo sociale.

Il compito del Movimento Cinque Stelle è oggi quello non solo di ereditare il meglio di quella tradizione, ma di superarla definitivamente.

Sono diverse oggi le politiche e le strategie da mettere in atto per affrontare le sfide di una rivoluzione tecnologica, che se non gestite da una forza realmente democratica e popolare, rischiano di impoverire ulteriormente la popolazione.

Le cifre sbanderiate dai governi sono cifre vuote, perché oggi una crescita di fatturato non produce posti di lavoro, anzi è prodotta, spesso, dalla distruzione di posti di lavoro e dalla tecnologizzazione della produzione.

Sono nuove le sfide del tempo presente, sfide che rimettono drammaticamente il momento sociale e economico al centro dello schierarsi etico e sociale.

Al PD e alle socialdemocrazie spetta ora il compito di tornare davvero alle proprie origine e di non farlo con parole d’ordine che non vogliono dire più niente.

“Appellare” tutti di populisti significa non aver capito la profonda, eseziale differenza tra M5S e Lega, significa non aver capito che la democrazia diretta e il bagno d’umiltà sono oggi il solo modo per ripresentarsi a quei gruppi sociali a cui da troppi decenni si è volto le spalle. Significa aver posto una lettura politica della società mutuata dagli interessi dei vincenti della globalizzazioni, dagli ideologici dell’egoismo sociale e non dalla base sociale popolare che dovrebbe essere il fulcro di ogni lettura politica da sinistra.

Il Movimento Cinque Stelle è oggi l’unica vera forza popolare di questo paese, capace di rappresentare giovani e classi popolari, competenze e interessi collettivi. Non deve dimenticarlo ora che dovrà avere anche responsabilità di governo e stare nelle piazze, nei gazebo, con la propria gente, parlando dei temi e se questo è necessario continuare ad urlare ai quattro venti le ingiustizie di questo tempo che ne è zeppo. La sua classe dirigente deve continuare ad essere circolare, dal basso e non sclerotizzata. Il suo compito è e deve continuare ad essere quello di un avvicinamento della cittadinanza alla politica, attraverso strumenti referendari e misure politiche, che togliendo spazio ai corpi intermedi, minano in definitiva la forza di impatto della penetrazione degli interessi lobbistici di coloro che hanno vinto questi anni e che intendono gerarchizzare al massimo i guadagni prodotti dalla presente rivoluzione tecnologica.

 

Intanto i portavoce degli interessi di pochi continueranno a farla da padrone dove gli interessi sono forti, stampa, giornali ecc ecc

Ma oggi sappiamo che forse qualcuno è populista, ma loro sono certamente oligarchici e dei grandi, per non dire grandissimi egoisti sociali. Amen

 

renzi

 

OLTRE LA NEBBIA DELL’INCOSCIENZA

nebbia

Dopo aver letto Nebbia di Simone Carucci, edito dalle edizioni Ensemble nel 2017, e dopo aver riattraversato, quasi che fossi un fuggiasco, le sue pagine in cerca di spunti per la presente recensione, non posso far a meno di pensare, quasi di rimemorare un altro libro, scritto dal francese Alain Ehrenberg La società del disagio.

Si sa i libri costituiscono un approdo, un point de repère, una traccia improvvisa che squarcia improvvisamente la coltre di tenebre, chiamarla nebbia in questo caso sarebbe un’inutile ridondanza, che mortifica la parola. I libri si riscrivono e scrivono un libro al di là da venire, che è quasi un orizzonte irraggiungibile, avrebbe detto, forse, Maurice Blanchot.

Simone Carucci ci gioca un brutto scherzo con questo suo libro, a tratti sconcertante con la sua piana linearità, con la mancanza di un’architettura romanzesca ardita e sfolgorante. Per Eherenburg viviamo nella società del disagio, una società nel quale il patologico non è data l’impossibilità del soggetto di interiorizzare e assecondare le regole sociale di repressione della libido o degli istinti, nella quale schizofrenia e paranoia rappresentano il segnale di una rivolta alle regole di assoggettamento. Nel mondo di oggi, dai valori plasmabili e flessibili, dai principi non saldi e normativi, ma validi secondo il tempo che li produce, l’adattamento alla società si concretizza attraverso la comprensione e l’adeguamento alle regole cangianti del gioco e non con l’adozione solida, definitiva delle norme di comportamento sociale. Viviamo, cioè, nella società della performance, della sfida, dell’adempimento del compito affidato nel segmento di lavoro sociale che ci viene affidato, come ci ha insegnato mirabilmente Gunther Anders.

Il disagio nasce proprio dalla paura di non essere adeguati come soggetti alla performance con gli altri e verso gli altri, inadeguati al compito che ci viene dato o che ci siamo dati. Questo produce la paura paralizzante di non essere adeguati al tempo che  ci attraversa, incapaci di correre al passo con gli altri, di seguire il passo di marcia forzata che il tempo tecnologico ci impone.

Paura radicale dunque, più forte e più profonda di quella di un nemico che ci minaccia concretamente, più paralizzante di qualsiasi paura istintiva. anche per questo questa società ha bisogno di generare paura collettive, quasi che fossero uno valvola di sfogo, una territorializzazione per dirla alla Deleuze, di una paura più incisiva, più irrimediabilmente profonda. Questo disagio che serpeggia in ognuno di noi, che non trova approdo, che non trova veri valori disattesi o traditi, che non trova principi morali da combattere o da disattendere, finisce per provare perversamente il bisogno di avere un capro espiatorio da chiamare nemico, da posizionare come produttore o generatore coerente di paura.

Si tratta ovviamente di un’illusione, che maschera male, anzi malissimo, la pochezza del soggetto contemporaneo di fronte a un mondo che non deve giudicare, ma che deve solo servire per ottenere un proprio tornaconto. Eppure anche e soprattutto di illusioni si nutre la vita degli esseri umani. Jan Karski, il polacco che aveva provato a dire al mondo cosa stava accadendo nel suo paese e già nel 1942, ovvero la sistematica eliminazione degli ebrei Europei, lo aveva da sua parte detto con parole taglienti. Lui che aveva saggiato la violenza Sovietica prima e quella Nazista poi, non trovava meno “violenta”,  la quella democratica inglese e americana, fatta di ipocrisia, di feste, di grandi ricevimenti, di grandi sorrisi ed espressioni di finta meraviglia. Violenza che ha l’effigie del sorriso che emargina chi non è d’accordo, chi non è in consonanza con il tempo. Nel nostro mondo il disagio, il non essere pronti alla performance, al ritmo delle cose, provoca la silenziosa emarginazione, l’ammutolimento di ogni anelito vitale, piuttosto che l’eliminazione fisica operata dal “sistema”. Nessuna violenza è più efficacie di una consapevole ipocrisia.

Il nostro Simone Carucci con il suo nebbia non sfugge alla regola, a questo impulso verso la reificazione à tout prix  di un nemico vero o presunto, provando a costruire un romanzo nel quale il disagio collettivo che ci attraversa, trovi infine il suo nemico, la sua materializzazione ontica.

Costruendo un mondo post guerra, post guerra atomica, lui che è nato nel 1990, ovvero con la Fine della Guerra Fredda, egli sembra ricatapultarci improvvisamente in quelle atmosfere, in quei mortali pericoli per il genere umano. Lo storico Sergio Romano, un giorno, in un suo libro, aveva parlato di nostalgia per la Guerra Fredda, quando le cose, erano, in fondo, facilmente comprensibili, facilmente catalogabili e sottraibili dal caos dell’apparire. Ed è forse questo approdo, che è in fondo anche una deriva neanche troppo celata, che il nostro scrittore ci pone come scenario desolante del suo racconto.

La guerra mondiale, atomica, demolitrice, viene introdotta come un elemento esterno come un ornamento da parata nelle vite del protagonista Paolo e della sua famiglia tipicamente contemporanea e tecnologica. Tutto apparentemente assurdo, incomprensibile, quasi anacronistico, ma ne siamo così sicuri? Siamo così certi che la deflagrazione di un conflitto atomico sia così irreale nel mondo in cui viviamo?

Ed è questo il punto dirimente del racconto, al nostra scrittore non interessa raccontarci le motivazioni, le cause storiche, politiche o sociali del conflitto. Non interessa niente o quasi di quel che il conflitto realmente è storicamente.

Il procedimento narrativo è piuttosto quello di introdurre il conflitto come una specie paradossale di stress test per provare la resistenza psicofisica e le capacità di adattamento psicologico  alla nuova situazione prodottasi nel contesto familiare ed esterno alla famiglia. Più che in un contesto storico sembra quasi di imbattersi in un contesto da game war, nel quale i protagonisti più che soggetti, sembrano dei giocatori che devono affrontare delle prove e superarle per raggiungere la quota vittoria.

I protagonisti di nebbia non dialogano dialetticamente con la storia, in fondo nemmeno la subiscono, la vivono invece come uno scenario che si presenta e che va affrontato come qualsiasi altro scenario della realtà. Il virtuale è in fondo liquidato perché già insitamente fuso con la realtà sociale che lo venera come chiave di lettura della realtà stessa.

Carucci consapevole che ne sia o meno, ci apparecchia uno scenario inquietante, eppure metafora viva e pregnante del mondo nel quale siamo immersi e siamo risucchiati, verrebbe da aggiungere. I suoi personaggi non sono gli indifferenti di Moravia, non sono nemmeno l’étranger di Camus, o il protagonista di Bambino bruciato di Stig Dagerman, non denunciano il paradosso di un mondo inaccettabile e quindi ingiusto.

Sarebbe oro che cola, perché per essere indifferenti dovrebbero almeno avere il concetto di possibile differenza, di scarto con il reale.

Invece i personaggi che popolano il romanzo Nebbia la coltre che offusca lo sguardo la portano dentro come un marchio, non sono indifferenti alla sorte del mondo, semplicemente perché non sanno nemmeno cosa sia il mondo come produttore unico di senso. Non sono incoscienti, ma a-coscienti, incapaci di avere una qualsivoglia coscienza della realtà come unità di contraddizioni da comprendere.

Il conflitto atomico, con queste premesse, sembra allora nient’altro che il caso limite dello stress test con cui sottomettersi alla prova della vita, con la quale immettersi nella nebbia di un’esistenza in cui non vale nemmeno la pena porsi le domande fondamentali dell’esistere. A forza di dar di conto del perimetro limitato della propria esistenza gli umani di nebbia appaiono come costitutivamente incapaci di dar ragione del mondo che li circonda. In quest’ottica, il conflitto atomico appare solo come una radicalizzazione nel processo di deresponsabilizzazione collettiva dalla minima coscienza della realtà storica e sociale.

Esistono le eccezioni è vero, il protagonista Paolo prova a capire cosa è stato operato oltre la coltre che offusca la realtà visibile dal rifugio nel quale sono stati rinchiusi all’inizio del conflitto. Anche la coppia di francesi che incontrano nel bosco Jacques e Nadine, quando persuaso di essere caduto in una trappola mortale, egli convince a fuggire dal rifugio, sembrano avere un minimo di coscienza e di consapevolezza di quello che sta realmente accadendo. Ma anche queste prove di consapevolezza sono destinate a sprofondare nell’inquietante nebbia di a-coscienza che attanaglia gli esseri umani.

In Paolo a prevalere, anche se ci ha provato, anche se ha provato a capire, è sempre e comunque il sentimento di rimozione, di espulsione dell’incomprensibile. E’ lui stesso a desiderare che la guerra atomica sia solo uno stress test una specie di banco di prova quando afferma:

“Scomparvero dalla mia mente i ricordi del prefabbricato, della nebbia, del PlaySystem 32, dei due poliziotti, l’annuncio del telegiornale, la corsa disperata alla ricerca di Laura, la paura del suo contagio, il progetto urbanistico di Margherita… Cestinata d’un lampo la memoria di quel periodo, mi convinsi di essere al ritorno da una lunga vacanza. Un’insolita vacanza spirituale costituita da due fasi principali: la prima era l’isolamento che fungeva da ascolto dell’anima e risoluzione dei conflitti interiori; la seconda era il contatto diretto con la natura per riacquistare i giusti istinti animali. Un trattamento estremo per persone tanto stressate dalla caoticità e dagli obblighi lavorativi da avere un impellente bisogno di cure. Mi figurai persino un dépliant dalla livrea assai ricercata raffigurante un uomo di spalle con uno sfondo arancio tenue e linee orizzontali castane. Espirai con profondo sollievo.”

Efficace è anche il modo in cui Carucci esprime questo suo mondo desolato più che desolante. Un modo piano, senza accenti, senza drammatizzazioni, senza ilinx, senza l’ubris della drammatizzazione. Tutto viene raccontato come una gita in barca, ma non quella della vita, quella indimenticabile con la donna amata e perduta in gioventù, ma una di quelle dozzinali che si fanno con la donna di sempre, che si fanno più per assecondare ciò che resta dell’idea di amore, piuttosto che per celebrare l’irripetibilità di un istante.

Un libro da leggere, a cui non chiedere più di quello che esso può darci come strumento per guardare oltre la nebbia dell’esistenza. In fondo un libro limite, irripetibile e per sua essenza “unico” nel percorso narrativo di Simone Carucci che ci auguriamo essere ricco e intenso come lo sono le premesse di questo libro, e anche di più perché uno scrittore vero si evince anche dalle sfide che sa e può porre a se stesso prima e oltre il contesto in cui vive ed è costretto ad operare.

Bisogna sempre lottare per cercare il sole oltre la nebbia del cuore.

Marco Incardona

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“PRIGIONIERO DI UN SOGNO”

L’opera di Giuseppe Spalla, si esprime attraverso una ricerca non ben identificata, almeno secondo i canoni tradizionali, non appoggiandosi tanto su uno  studio o capacità tecnica di tipo accademico, quanto piuttosto sul proprio agire e il proprio sentire di artista, sulla variegata espressione di forza della realtà e in virtù dei propri strumenti di lavoro, un lavoro che, del resto, dimostra la tenacia primitiva e l’esplosione vulcanica della sua terra, un calore e una conoscenza del mondo, basata su una semplicità solo apparentemente naif, eppure tale semplicità sembra, infine, sprigionare un fuoco, una forza, che pochi audaci hanno capacità di possedere, e che la pittura tendenzialmente accademica soffoca o reprime in nuce.

Passiamo quindi all’analisi dell’opera, per capirne meglio la poetica; ed infatti è un esempio fulminante, di quanto appena detto,  ” il prigioniero di un sogno “.

Il dipinto in questione raffigura un cavallo, reso sinteticamente, come visione e prefigurazione in un cielo azzurro, che rappresenta il pensiero onirico. Il destriero si staglia oltre una voragine nera come un’umanità che appare quasi sintetizzarsi in questo animale, in sospensione vertiginoso tra animo domestico e istinto selvaggio, in una dimensione prepotente e in tensione, verso una nuova esperienza celestiale, ingabbiata in un reticolato simile a sbarre di galera, dove noi siamo prigionieri dei nostri limiti e delle nostre capacità di giudizio che ostacolano il perdono e la purezza del nostro indomito equino.

Io nel mio piccolo posso non altro che augurare il più virtuoso ed autentico sviluppo creativo di Giuseppe Spalla .Per il momento vi invito a vedere le sue opere a palazzo Ximenes Panchiatichi a Firenze da 19 al 21 gennaio dove oltre quest’opera saranno presenti altre dipinti carichi della stessa suggestione.

 

Testo di Pierluigi Doro

 

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INCOSCIENZA DI CLASSE

Sono un poeta civile? No sono un poeta profondamente incivile e degli anatemi antichi di Platone faccio infine scherno e anzi me ne vanto! D’esser civili in questa civiltà putrescente c’è del resto poco, per non dire nulla da vantarsi. Questo lo sapeva bene il mio caro amico Hasan Atiya Al Nassar. Non lo avevo conosciuto che due anni fa, ma è come se lo avessi sempre conosciuto, come se lo portassi sigillato nel segreto del cuoreda tempo immemore. Per me uomo di mezza età, egli appariva puro come il più puro dei bambini descritti da Rousseau e il più vinto dagli uomini di questo mondo “civile”.

No non so che farmene di questo mondo che non riconosce il posto che merita, ovvero un semplice e sincero posto nella comunità, a una persona come Hasan. Meglio essere incivili, inutili, dissacranti e seguirlo nel pellegrinaggio da un vinaino all’altro, da un’osteria all’altra!

Chi fa più oltraggio alla vita, il poeta infedele al suo corpo o il corpo dei civili schiavi della convenienza?

Non ho risposte, o meglio le ho, ma so bene che chi le può capire, semplicemente non ha bisogno che gliele ripeta, e chi non le può capire, mai e poi mai le capirà…

Invece ho volto lo sguardo a un altro grande Poeta, nato nell’isola che mi ha dato i natali. Ho volto uno sguardo a un uomo che non ha solleticato mai i bassi istinti dei vinti della storia, ma ha invece ridestato il senso di dignità troppe volte calpestato da chi non saputo lottare e indignarsi. Ignazio Butitta saprà accogliere Hasan e dargli lo spazio che merita nella comunità che non esiste ancora e che forse mai esisterà, ma che resta l’unica nella quale meriterebbe di vivere davvero.

Punto.

Ho scritto una poesia pensando a loro, non nel mio stile, e dunque forse non bella, non stilisticamente importante, ma vi ho detto la mia verità, come vedo le cose, per il resto fate voi come vi pare…

 

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Il poeta Hasan  Atiya Al Nassar

 

 

INCOSCIENZA DI CLASSE

Alla memoria di Hasan Atiya Al Nassar

 

A chi parli poeta?

Parlo a chi non può capirmi,

A chi non ascolta la mia voce,

Fugge come la peste il senso dei miei

versi.

Parlo al popolo o a ciò che ne resta,

Mentecatto, abulico, abbrutito, squallido

Oltraggiato, umiliato e sempre pronto

A vendersi a qualsiasi paradiso d’inutili

oggetti.

Parlo a questa insulsa vendemmia

Di depensanti, di sgherri del niente,

Di braccianti del potere da quattro soldi.

Parlo a chi mi farebbe morire di miseria,

Della stessa miseria che da secoli cerca di

fuggire.

Parlo a chi mi sputerebbe in faccia

Pur di far piacere al ducetto di turno.

Parlo ai pascolanti domenicali nei centri

commerciali,

Ai frequentatori di chat, ai maniaci di social,

Slot machines, gratta e vinci e prostitute

da marciapiede.

Parlo alla donna picchiata che non denuncia

il marito,

Al marito ubriaco che si gioca tutto a carte,

Al figlio tossicomane che istrada un bambino

al primo buco,

Per farsi una dose che non sarà mai l’ultima.

Parlo alle bestie da stadio,

Agli stuprati e agli stupratori, ai mascalzoni,

Ai servi, ai consunti dalla noia di sistema.

Parlo a chi potrebbe essere

Quello che non ha mai voluto essere.

Chi mi legge invece lo avverso,

La loro vita parla troppo spesso di alti stipendi,

Saloni perfetti per grandi librerie,

Figli mandati in vacanze studio in Inghilterra,

Case al mare ereditate e cognati professionisti

in carriera.

Chi mi legge coincide troppo volte

Con chi mi opprime, con chi mi strappa la dignità

dalle ossa,

Umilia il canto che remoto sgorga dall’eterno,

Per ingannarlo in sterili polemiche da salotto.

Pi chistu parru cu tia… to è la curpa…

 

Marco Incardona

 

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Il poeta Ignazio Butitta

TOMBEAU DE HASAN ATIYA AL NASSAR

 

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TOMBEAU DE HASAN ATIYA AL NASSAR

Pensili per te non furono i giardini

Delle dimore che povere ti strinsero

Al petto amaro della notte.

Poterono gli umani capire il tuo sussulto,

il moto antico del tuo orgoglio di Poeta?

Lontano dalla terra dei due fiumi

Per te infelice coscienza del presente

E rifugio malinconico del ricordo,

Lontano dai clamori sguaiati della noia,

Dalla tragica ronda dei potenti di turno,

Hai posto la tua tenda scandalosa.

Ora che il sibilo di vento di un attimo

Si è trascinato via anche quella,

Di te resta la timidezza di uno sguardo,

Lo scintillare del tuo sberleffo improvvisato;

Poco per sedare l’arsura di questi tempi

Iniqui,

Per chi cerca di attaccarsi alle radici della

Memoria,

Strappandoti al distacco polveroso del nulla.

Perdonaci per non aver potuto capire

L’infinità umanità dei tuoi gesti corsari,

Come se altro fosse più prezioso

Del tintinnante battito di bambino,

Che tale a reliquia hai donato martire

Al mondo inaridito.

Ora che la bilancia perfida della vita

Non ti deve più inutili e mendaci responsi,

Affidati sereno alle piume soavi e potenti

Del Simurgh,

Vola sicuro tra le valli inviolate e sacre

Che solo il tuo cuore conosce.

 

M.  I.

 

Simurghdetail

MARCOVALDO E I VERSI DEGLI UCCELLI

A Natale dice che siamo tutti più buoni e dunque si fa regali e si fa doni e si fa parole ecc ecc proclami ecc ecc roboanti dissertazioni ecc ecc inutili silenzi ecc ecc invece noi per Natale 2017 abbiamo il mitico Marcovaldo che fa visita e si dona al Blog “Il tempo di Dioniso”. Al tempo dei Miagolatori che furono di Via San Gallo egli, il mitico Marcovaldo, avrebbe riso e avrebbe miagolato con noi, ma oggi che quel tempo non c’è più, non più far altro che ridere per noi che non sappiamo più ridere, guardare il mondo per noi che non sappiamo più guardarlo, indignarsi ironicamente per le cose del mondo che non vanno, visto che noi non sappiamo più farlo!
Bisogna essere riconoscenti con questo mitico e simpatico Marcovaldo e bisogna lasciarsi prendere per mano e farsi condurre per le strade di Firenze, se vi va, ma di qualsiasi posto, se vi aggrada di più! Perché guardare il mondo con i suoi occhi, criptarlo con il suo pensiero ironico ma sempre equilibrato è cosa buona e giusta!
Che gli altri strillino pure! che si starnazzino parole a vuoto a rendere reciproco, noi abbiamo Marcovaldo! Deus Gratias!
“Marcovaldo avvertì l’arrivo della primavera con tre mesi di anticipo. A gennaio aprì la finestra e notò dei rigonfiamenti sui rami del ciliegio che il comune aveva travasato davanti a casa sua. Sulle prime pensò a un parassita e bofonchiò: “Non ne fanno una buna!” Ma a una più attenta osservazione i rigonfiamenti si mostravano cerei e rossicci, mentre i bubboni provocati dai parassiti sono solitamente grigi e spugnosi, o turgidi e scuri. Col passare dei giorni i bocci si aprirono alla brezza tiepida che rallegrava il carnevale. Le strade erano coperte di petali e gli uccelli si posavano sui davanzali esibendo livree mai viste: gole rosse, ali gialle, code marezzate… Alcuni colleghi di Marcovaldo avevano preso la fissa del birdwatchng e tutte le domeniche si ritrovavano al parco con il binocolo in mano per osservare e annotare le specie e le varietà che sapevano riconoscere. Marcovado non aveva occhio per queste cose, così come non sapeva rIconoscere i funghi, perciò si accontentava del birdhearing: alle prime luci del giorno ascoltava gli uccelli comodamente raggomitolato nel suo letto. Due upupe mandavano a memoria questi versi: “Upupa, Ilare uccello calunniato dai poeti, che roti la tua cresta sopra l’aereo stollo del pollaio e come un finto gallo giri al vento; nunzio primaverile, upupa, come per te il tempo s’arresta, non muore più il Febbraio, come tutto di fuori si protende al muover del tuo capo, aligero folletto, e tu lo ignori”. Quando le upupe tacquero, attaccò l’usignolo: “La storia è di molti anni fa, ma proprio per questo vale la pena di sentirla, prima che venga dimenticata. Il castello dell’imperatore era il più bello del mondo, tutto fatto di finissima porcellana, costosissima ma così fragile e delicata, che, toccandola, bisognava fare molta attenzione. Nel giardino si trovavano i fiori più meravigliosi, e a quelli più belli erano state attaccate campanelline d’argento che suonavano cosicché nessuno passasse di lì senza notare quei fiori. Sì, tutto era molto ben progettato nel giardino dell’imperatore che si estendeva talmente che neppure il giardiniere sapeva dove finisse. Se si continuava a camminare, si arrivava in uno splendido bosco con alberi altissimi e laghetti profondi. Il bosco terminava vicino al mare, azzurro e profondo; grandi navi potevano navigare fin sotto i rami del bosco e tra questi viveva un usignolo…” La storia prometteva di andare per le lunghe e la cornacchia fece: “Taglia!” L’usignolo, indispettito, la sfidò: “E tu, con la tua voce sgraziata, saresti capace di rallegrare il mattino di quel poveraccio?” disse voltando il becco verso Marcovaldo. Per tutta risposta il corvide intonò questi versi romaneschi : “Una cornacchia nera come un tizzo, nata e cresciuta drento ‘na chiesola, siccome je pijo lo schiribbizzo de fa’ la libberale e d’uscì sola, s’infarinò le penne e scappò via dar finestrino de la sacrestia. Ammalappena se trovò per aria coll’ale aperte in faccia a la natura, sentì quant’era bella e necessaria la vera libbertà senza tintura: l’intese così bene che je venne come un rimorso e se sgrullò le penne. Naturarmente, doppo la sgrullata, metà de la farina se n”agnede, ma la metà rimase appiccicata come una prova de la malafede. – Oh! – disse allora – mo’ l’ho fatta bella! So’ bianca e nera come un purcinella… – E se resti così farai furore: – je disse un Merlo – forse te diranno che sei l’ucello d’un conservatore, ma nun te crede che te faccia danno: la mezza tinta adesso va de moda puro fra l’animali senza coda. Oggi che la coscenza nazzionale s’adatta a le finzioni de la vita, oggi ch’er prete è mezzo libberale e er libberale è mezzo gesuita, se resti mezza bianca e mezza nera vedrai che t’assicuri la cariera.” Marcovaldo dalle risate sbatteva alla testiera del letto. Quel rumore sguaiato fece scappare gli uccelli diurni e ridestò i notturni, che si affacciarono dai tronchi cavi e dai rami marci. Allocchi gufi e nottole, con gli occhi a mezz’asta e le piume spettinate, mormoravano: “Stavano neri al lume della luna gli erti cipressi, guglie di basalto, quando tra l’ombre svolò rapida una ombra dall’alto: orma sognata d’un volar di piume, orma di un soffio molle di velluto, che passò l’ombre e scivolò nel lume pallido e muto; ed i cipressi sul deserto lido stavano come un nero colonnato, rigidi, ognuno con tra i rami un nido addormentato. E sopra tanta vita addormentata dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera sonare, ecco, una stridula risata di fattucchiera: una minaccia stridula seguita, forse, da brevi pigolii sommessi, dal palpitar di tutta quella vita dentro i cipressi…”. Punzecchiato da sensi di colpa e da infausti presagi, Marcovaldo pensò che fosse giunta l’ora di fare colazione. Si vestì, andò in bagno, poi in cucina, armeggiò con la caffettiera e quando fece per prendere il filtro si accorse che l’oggettino di alluminio aveva attirato l’attenzione di una gazza ladra. “Prenditelo, ma lasciami in cambio un verso!” la supplicò. La gazza fece finta di non sentire e sparì tra le ampie foglie di un platano.
PS
Si ringraziano, in ordine di apparizione, i poeti Schulz Montale Andersen Trilussa e Pascoli…” Il sottoscritto Marco Incardona ringrazia invece Coppo di Marcovaldo!
Massimo De Micco si camuffa dietro lo pseudonimo Coppo di Marcovaldo perché per accostare i grandi bisogna indossare una protezione. Tra i grandi annovera Borges Calvino Chesterton e Rodari che gli hanno insegnato a rivoltare la realtà come un calzino in cerca di quel poco o tanto di felicità che contiene. E quando non la trova nella realtà la cercherà nella lingua, per l’esattezza sulla punta della lingua dove vanno a nascondersi le parole veritiere. La sua formazione psicologica e il suo lavoro nella formazione professionale lo hanno messo in contatto con tanti Marcovaldi in cerca di autore, persone semplici capaci di pensieri complessi, vite ai margini del chiacchiericcio e della reclàme, sorci sordi che non seguono il Pifferaio di turno. E forse per lunga consuetudine un po’ Marcovaldo il nostro autore lo è diventato. (queste le parole scelte dall’autore stesso per presentarsi al blog)
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Disegno di Coppo di Marcovaldo