UNA POESIA

 

FIGLIO ILLEGITTIMO

Nelle zolfatare del ricordo,
Emergono cumuli di cenere rappresa,
Il sangue dei morti zampilla
Dalla fontana immemore in cui mi perdo.
Un paradiso avrebbero potuto
Chiamare la mia terra,
Mentre i servi del vizio
Spalancano le porte della
Distruzione.
Nella foresta delle notti insipide
E scorticate d’alcool,
Sicilia ti sogno e ti perdo
Dentro un pozzo in picchiata verso
Il vuoto.
Avrei potuto essere solo un tuo figlio,
Ma altrove è stato massacrato il mio
Destino.
Fammi tua almeno,
All’ultimo respiro prendimi.

Rasna/Firenze
Marco Incardona

 

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“SOLO CHI SA ASPETTARE OTTIENE IL MEGLIO”

Deve essere senza dubbio vero che è proprio dai momenti di crisi collettiva e epocale, come quello che stiamo vivendo, e nel quale l’Italia sembra essere in drammatica avanguardia, che emergono, d’improvviso, quasi spuntati da una dimensione parallela, i documenti più rari e preziosi per comprendere il tempo presente.

Ammesso che ve ne fosse bisogno, Melting Point di Baret Magarian (edito da Quarup, meritoria casa Editrice di Pescara, nel 2017), ne rappresenta un’ulteriore prova.

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Pensando al panorama letterario italiano di questi ultimi tempi, appare, in effetti, sorprendente che un libro come Melting Point appaia prima nella lingua di Dante, grazie alle traduzioni attente e efficaci di Andrea Sirotti, Elena Moncini e Simone Pagliai, piuttosto che in inglese.

Di questo, nella sua postfazione incisiva e penetrante, Jonathan Coe sembra esserne perfettamente consapevole, affermando:

“Mi sorprende che solo adesso, a vent’anni dal nostro primo incontro, venga pubblicato per la prima volta un volume dei suoi racconti – e oltretutto nemmeno nella sua lingua: Ero certo che il suo talento sarebbe stato riconosciuto molto tempo prima.”

E leggendo con l’attenzione dovuta questo pregevole libro di racconti, non si può che convenire parola per parola con Jonathan Coe e rimanere sorpresi che questo libro venga alla luce solo ora, e per giunta in italiano.

Allo stesso tempo, anche e soprattutto per i motivi appena elencati, questo libro finisce per essere ancora più significativo e un apporto prezioso per le lettere italiche. In un panorama troppo spesso contraddistinto dalla vuota riproduzione, per non dire di peggio, di modelli stilistici e narrativi mutuati dalla letteratura anglosassone, Baret Magarian irrompe con la forza e la naturalezza di chi ne è consapevole e compiuta espressione.

Il suo stile, tagliente, controllato e sempre attraversato da una sottile autoironia verso lo stessa pretesa che sottende l’atto di scrivere, smaschera d’emblée la disarmante vuotezza contenutistica di certe ambizioni nostrane.

Melting Point è dunque un libro non solo da accogliere con favore e soddisfazione, ma innanzitutto da far penetrare, come una linfa vitale, nel tessuto sfibrato della nostra letteratura. Essere consapevoli di questo dono, significa introiettarlo dialetticamente come un altro e un altrove che si ribaltano, improvvisamente, nella familiarità dei gesti quotidiani.

Ma è certo che non è facile seguire il mondo dello scrittore Anglo-Armeno e renderselo familiare, soprattutto per la quasi inquietante capacità, che in lui sembra innata, ma che invece frutto di un laborioso lavoro di scavo e di penetrazione, con quale egli è capace di aprire varchi  e di illuminare ad arte interstizi della realtà del tutto inaspettati.

Quello che, in effetti, colpisce di più della scrittura di Baret Magarian è l’apertura stessa della sua scrittura e del suo stile. Un’apertura cosmica quasi del tutto assente nel panorama della nostra letteratura.

Eppure sarebbe fin troppo facile saltare alla facile conclusione che tale apertura derivi dall’altrove di cui Magarian è oggettivo rappresentante.  Non è nella reiterazione e nel gioco di ruoli che si gioca la partita, ma in un incessante e quasi maniacale scavo nelle profondità del reale.

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Sembra quasi che Magarian sia guidato da un’infaticabile sete di altrove, di alterità da demistificare con pungente ironia e da restituire nella loro latente assurdità. Cosmicità che non conosce requie, che non si appacifica nella conciliazione imperante del mondo usa getta della modernità liquida. Per chi è in cerca di facile pacificazione, il suo stile può apparire a tratti inquietante. Diventa invece preziosa guida verso lo scarto del possibile, per chi invece cerca dalla letteratura qualcosa che non sia la mera agiografia del reale.

La galleria di personaggi che i racconti di Melting Point prospettano un mondo parallelo e quasi sospeso, come se l’autore non volesse risolversi a pendere da una parte piuttosto che dall’altra. Per molti di essi, viene da pensare al famoso saggio di Jacques Derrida su Antonin Artaud, personaggi entre critique et clinique, nel quale patologia e inquietante comprensione del mondo si tengono per mano senza soluzione di continuità.

“Manicomiali” i personaggi di Baret Magarian lo sembrano innanzitutto per una sorta di ribaltamento dialettico della realtà, di cui egli sembra farsi muto e voluto interprete.

Se nella realtà di un mondo post-ideologico perché dominato da un’ideologia unica, i personaggi (che per inciso siamo tutti noi) cercano di stare a galla a forza di finto pragmatismo e cinismo, i personaggi di Melting Point operano il movimento diametralmente opposto.

Il loro cinismo apparentemente naturale e compiuto, proprio quello che tutti noi desidereremmo avere per sfuggire dalle trappole “mortali” dell’amore, della fede e dell’ideologia, finisce immancabilmente per non tenere e esplodere in mille schegge impazzite.

La potenza dei sentimenti di questi racconti indimenticabili, non nasce dunque dal modo con cui lo scrittore ce ne parla direttamente, ma dal modo con il quale egli ce li prospetta come orizzonte desiderabile per sfuggire alla drammaticità della realtà quotidiana. Più propriamente Magarian ci svela l’inaccettabilità del reale così com’è, prosciugando lo stile, frenando l’ironia, modulando con sapienza i déclics letterari, spalancando silenziosamente le porte al fragore nel non detto che impera nelle nostre esistenze.

Scrive alla fine del suo racconto Salvatore:

“Quindi una specie di lieto fine a questo grosso casino del cazzo c’è stata, mi pare”

Una “specie” appunto, sta ora ad ogni singolo lettore e lettrice trovare la sua.

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Marco Incardona

INCUBO SOGNATO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Domani sera alla Limonaia di Villa Strozzi bellissima serata di musica e poesia, incrocio di culture e visioni del mondo diverse ma sempre dialoganti…

Con molta probabilità, tra le varie cose, certamente le poesie di Affluenti e della nuova raccolta Nulla Caduco, leggerò anche questo brano, tratto dal romanzo che sto scrivendo, buona lettura:

Sono già diventato un ubriacone? Sono già la barzelletta dei miei amici che ridono vedendomi fare il pagliaccio nelle notti fiorentine? Penso proprio di no. O meglio, ancora di no.

Per ora tengo, mi trattengo. Ho una sola fortuna nella vita. So che farmene della lucidità, anzi mi è indispensabile.

Senza di essa non potrei scrivere e soprattutto non potrei pensare. Figurarsi leggere una qualsiasi pagina di Heidegger o Adorno da ubriachi. Nella vita si può provare di tutto, questo è certo, ma questo veramente no.

Alla mia già avanzata età, non posso definirmi un filosofo. Del resto non saprei neanche di cosa si tratti. A parte le fumose conferenze universitarie trincerate in un linguaggio specialistico, non riesco ad associare e declinare la parola filosofo nel mondo che mi circonda.

Dio è morto, ma la morte della filosofia è anche più fragorosa. Proprio non ce la fa a risorgere. Di altari almeno queste pecore umane ne erigono ancora molti e apparentemente dichiarano di credervi. Di filosofie nemmeno l’ombra. Amen.

Non sono un filosofo perché la filosofia è morta. Per questo, come un archeologo, provo a ricostituire con la mente e con il pensiero un mondo nel quale essa avesse ancora un senso. Mi aiuta ad evadere, mi parla di un’effrazione del possibile.

Fondamentalmente non credo alla centinaia di libri di filosofia che ho in casa. Edizioni critiche accurate, con decine di riferimenti bibliografici. Apparentemente si tratta di un avanzamento scientifico e qualitativo su ogni campo. Decine e decine di libri su Aristotele o Spinoza. Vite spese a scrivere articoli o saggi su di loro in biblioteche meravigliose di Harvard o di Cambridge.

Eppure non vedo niente di filosofico in loro. Anche il testo filosofico racchiuso in quei libri scientifici non mi appare più filosofico. Povero Spinoza se sapesse, penso. E sono convinto di avere ragione io.

La filosofia è soprattutto vita, la filosofia è la vitalità stessa, non la rappresentazione di un mondo che, attraverso la divisione alienante del lavoro, umilia le caratteristiche umane, limitandole a funzioni connaturate alla produzione per il mero consumo.

Libri che invece sanno di morte, che parlano dello sfruttamento barbaro dell’uomo sull’uomo. Eppure l’unico mezzo che mi rimane per evadere, per fuggire in alto, nel monastero benedettino della mia vita. Contraddizione tra le contraddizioni della mia vita, mi dico. Ma non mi parlino di filosofia e non si dichiarino filosofi.

Mi viene da ridere, un ubriacone filosofo. Ci mancava solo quello nella storia millenaria del pianeta. L’ultima pagliacciata del genere umano.

Eppure il pensiero mi è indispensabile, non riesco a fare altro. Ne ho bisogno come dell’aria che respiro. Fondamentalmente ho solo questo nella vita; al pensiero sono stato fedele e ligio come i Re Magi che seguivano la stella Cometa in cerca del Salvatore.

Perché bevo fino all’incoscienza allora? Non lo so. Per non sentire le stupidaggini altrui mi dico. Forse solo per cercare una zona dove io, per un attimo, non sono più io. Io che penso, divengo un certo io che smette di pensare, che vive nel guado, che scorge il baratro del nulla nella afasia umana e temporale.

Nell’incoscienza dello smemoramento, ascolto gli esseri umani più di quanto faccia quando sono totalmente sobrio.

In questa società di cui pensiamo di essere protagonisti, siamo in realtà delle comparse di quart’ordine, con poco talento e poche prospettive per il futuro.

Non parliamo, siamo parlati. Siamo ascoltati, spiati, sorvegliati più di quanto ci si illuda di ascoltare e di spiare gli altri.

Invertebrati che, in questo modo, si sono tolti dall’incombenza di riempirsi le ossa con le proprie pie illusioni di meretrici della vita. Ecco quello che siamo.

Bisogna dirsele queste cose, ma non possiamo in alcun modo fermarsi là. Grado zero certamente, traccia dell’invivibilità nauseabonda dell’esistenza. Proprio per questo impossibile stato di approdo e permanenza.

Sono un terrorista della vita e per questo mi vedo obbligato a pensare, ad aggredire l’esistenza con i colpi di martello del pensiero. Anche volendo, non potrei più fermarmi. L’intorno mi appare troppo infrequentabile per indurmi al compromesso.

Sia chiaro, dunque, per me la scrittura non è altro che un atto terroristico di grado secondo. Si tratta di una risposta momentanea all’angoscia provocata dalla consapevolezza dell’immenso spazio incavo nel quale si arena la mia convivenza con il mondo.

In fondo potrei benissimo non scrivere. Quando lo faccio, mi sento come un contrabbandiere che introduce merce proibita e lucra sulla stoltezza altrui. Scrivendo, mi trovo a violentare la realtà, strattonandola in una griglia valutativa tutta mia. Vi è qualcosa di grezzo nello scrivere, di indiscutibilmente violento.

Il pensiero mi distanzia, mi innalza verso luoghi di cui sono l’unico e solo frequentatore. Nel pensiero sono solo, sono mondo, sono salvezza del salvabile. Nella scrittura, invece, sono armato, sono in cerca di continui tornei cavallereschi.

Nella contesa non è possibile essere galanti, andare troppo sul sottile. Lo scontro conduce ai gesti repentini, alla violenza che precede la quiete desolata dello spazio devastato. Nella scrittura non esistono gli spazi frequentabili del pensiero. Il magma infrequentabile della vita diventa unico e melmoso protagonista. La scrittura è rancore contro il mondo e la sua merda. Quel che mi circonda diviene un amplificato esercito da abbattere con ogni mezzo. La stoltezza, un insulto che non posso tollerare in alcun modo. Il mio terrorismo è la scrittura. “

Marco Incardona

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AL SABOR CUBANO

Un gruppo molesto di italianotti giovani e quindi insopportabili è improvvisamente entrato al Sabor Cubano, mentre stavo leggendo”Melting. Point” di Baret Magarian, dopo il trambusto indesiderato da loro causato, ora li osservo…

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Fioco il tempo si molesta negli antri devastati

E in continua ricerca di un ultimo tremore,

Sparuti cercatori d’anime s’illudono ancora

Di servirsi dello loro magro bottino,

Squadernato con la dovizia di non richiesti

Tutori di un ordine assente.

Invano la terra agonizzante adesca qualcuno

Pronto a dar battaglia e a vendicare l’onta

penosa

Di questo umano errare

Nell’inutile selva di d esideri nati rancidi.

Preferisco sprofondare in questo muro di noia

Piuttosto che prendere per mano

Le vostre sciocchezze di scheletri danzanti.

 

Marco Incardona

 

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CHI DI “VISIONI MANICOMIALI” FERISCE DI “VISIONI MANICOMIALI” PERISCE

 

Ha certamente ragione il filosofo Remo Bodei, grande e attento studioso di Hegel, nel definire “visioni manicomiali” certe sparate a zero sul grande filosofo idealista.

Non si tratta in questa sede né di fare una “genealogia” di questa malafede antihegeliana né tantomeno di rintracciarne i motivi profondi storico e culturali. Sarebbe vano inoltre, perché in fondo chi non vuole capire proprio non vuole capire e non comincerà a modificare la visione su Hegel perché il sottoscritto si è deciso a scrivere delle cosiddette “visioni manicomiali” a suo riguardo.

Del resto si tratta di tutto è il contrario di tutto, basta che aiuti a non approcciarsi mai a Hegel come il suo pensiero meriterebbe. Accusato di idealismo, di primato della mente razionale sulla vita concreta, del concetto sul mondo “concreto” viene poi accusato di essere un implicito giustificatore di Hitler e Stalin, semplicemente per aver detto “che tutto quel che accade è razionale”, un idealista del realismo insomma.

Perdere tempo nello spiegare perché in nessun modo il razionale hegeliano è la mera descrizione di quel che accade fattualmente, ma solo di ciò che adeguato al suo concetto nel cammino di presa di autocoscienza dell’umanità come intersoggettività, sarebbe come spiegare una poesia in italiano a un pastore uzbeco.

Se Dio vuole, checché ne pensino i pastori della “visione manicomiale” anti-hegeliana, quando esco per strada in un Firenze affollata di ansia di spremitura turistica e di pascolo di mandrie di turisti mordi e fuggi e pronti a tutti pur di farsi un selfie al davanti al Duomo, posso liberamente continuare a pensare che non vi sia nulla di razionale in tutto quello che si apre al mio sguardo affranto.

Non che non vi sia razionalità nella tecnica, nella pubblicità, nei mezzi di informazione, nella società dei consumi ecc, al contrario, ma quella razionalità, per essere tale, esige il progressivo “depotenziamento” della libera razionalità individuale come autocoscienza in favore di un comportamento che definirei “razionale” a metà.

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Quello che proprio rende indigesto Hegel al tempo presente è proprio questo suo esigere che la razionalità, per essere tale, passi per l’integrale cammino di autocoscienza del soggetto nel mondo e nella storia, e ancor di più che questo cammino passi per una visione allo stesso tempo universalista e comunitaria dell’essere individui nel mondo.

Pretende troppo da noi questo Hegel, in fondo la si potrebbe riproporre così, pretende troppo e ci costringe ad un lavoro di continua interazione con la realtà storica e sociale, tutto il contrario di quello che in fondo vogliamo in questo tempo di completa deresponsabilizzazione di fronte ai meccanismi alienanti della modernità. Il pensiero hegeliano ci chiama continuamente in causa e pretenderebbe da noi una prassi coerente con il nostro pensare e non certo il facile adeguamento pessimista all’avanzare spersonalizzante della tecnica del capitalismo. Il suo pensiero ci chiama ancora in causa perché ci dice di dare testimonianza non di di quanto, inevitabilmente, appartiene al nostro essere specie umana, ma a quanto, poco o tanto che sia, appartiene alla sfera individuale e comunitaria e, per questo, razionale dell’essere umano nel mondo.

Ridurre Hegel a una specie di folle razionalizzatore di qualunque cosa in nome dell’idea, spalanca le porte alla sua facile, troppo facile, liquidazione come pensatore. Viviamo in un tempo che proprio non sa come uccidere Hegel e che ogni volta che pensa di averlo definitivamente liquidato, se lo vede rispuntare, dalle profondità del pensiero. Insomma un assassinio impossibile, perché è impossibili andare oltre Hegel, senza chiamare in ballo continuamente Hegel, che significa renderlo, implicitamente, il più attuale dei filosofi.

Tanto varrebbe confrontarsi allora onestamente e senza maschere pregiudiziali con questo grande filosofo, piuttosto che liquidarlo frettolosamente con frasi “manicomiali”, per poi essere obbligati a fare i conti con il suo pensiero senza ammetterlo.

Non si tratta qui di difendere Hegel, il suo pensiero si difende benissimo da solo, né di attualizzarlo, perché l’attualità di un pensiero dipende, ermeneuticamente, dalla creatività con la quale ci si rapporta ad esso e non dagli scarti temporali o dal suo essere di moda o meno. Si tratta solo di rammentarvi che non ce la farete ad uccidere Hegel, come non ce l’avete mai fatta ad uccidere Platone. Rassegnatevi.

“In generale, infatti, ciò che è noto, appunto in quanto noto, non è conosciuto”, ci ha mirabilmente ricordato Hegel nella sua prefazione alla “Fenomenologia dello Spirito”.

E chissà che proprio perché noto, Hegel sia divenuto infine terribilmente sconosciuto…

Marco Incardona

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LUCIANO CANFORA E LO SPETTRO DEL MOVIMENTO DI IGNORANTI DI MASSA CHE SI AGGIRA PER L’ITALIA

“Staccate la spina a Grillo, basta. Lo dico ai grandi giornali, perché con la rete è un’altra storia. Non trasformiamo allora perfino il militante grillino di Zagarolo che brucia un libro manco fosse Goebbels in un simbolo, in un caso. Un povero ignorante, stop, lasciamolo al suo destino. Lui e tutto il suo movimento”.

Luciano Canfora ha parlato, ha sentenziato, ha imposto il μέτρον del suo giudizio di “umanista” sul fenomeno insulso e populista del Movimento Cinque Stelle.

Quello che riluce di più p proprio “lasciamolo al suo destino”, ovviamente non si tratta di destino heideggeriano. Si tratta di un atteggiamento da Ponzio Pilato che conosciamo benissimo nella storia.

Vittima di un senso di autoreferenzialità patologia il mondo intellettuale della sinistra, perché la sinistra politica è ormai pressoché defunta, quando deve definire l’esterno da sé lo addita di fascismo, populismo, qualunquismo ecc. I greci più onomatopeici li chiamavano barbari, ma il senso profondo era lo stesso. Il Movimento Cinque Stelle è un movimento di barbari incapaci venuti devastare il bellissimo mondo antico della politica italiana con proposte folli e devastanti.

Dispiace sentire questo livore in un intellettuale che stimo come Canfora, ma non me ne sorprendo. Gli intellettuali di oggi hanno smesso da lungo si essere avanguardia, di appoggiare cioè quei movimenti o partiti, o pensieri politici che si propongono di cambiare in vario grado la società e si sono appostati su posizioni di spaventosa retroguardia pro-sistema. Sono intimoriti dal caos, dal disordine, dal non chiaro, dal tumulto. Insomma sono diventati, anche se non sempre lo sanno, tutti come Ortega y Gasset.

Ed in effetti le parole di Canfora suonano dello stesso snobbismo intellettuale di Ortega y Gasset:

“Trionfa oggi su tutta l’area continentale una forma di omogeneità che minaccia di consumare completamente quel tesoro (intende quello dei valori spirituali e culturali dell’Europa). Dappertutto è sorto l’uomo-massa, l’uomo di cui questo volume intende occuparsi, un tipo di uomo fatto in fretta e furia, montato niente meno che poche e misere astrazioni e che, non di meno, è lo stesso ormai da un capo all’altro dell’Europa. A questo tipo d’uomo si deve l’aspetto di monotonia asfissiante che sta assumendo la vita in tutto il continente. Questo uomo-massa è l’uomo che è stato in precedenza svuotato della sua stessa storia, senza un senso profondo del suo passato, e per questo docile e malleabile a tutte le discipline chiamate “internazionali”. Più che un uomo, è piuttosto un guscio d’uomo costituito da meri idola fori; manca di “dentro”, di una sua intimità, inesorabile e inalienabile, di un io che non si possa revocare. Da qui ne deriva che esso sia disposto di fingere di essere qualunque cosa. Ha solo appetiti, crede di avere solo diritti e non crede di avere anche degli obblighi, è un uomo senza nessuna nobiltà, senza nessun concetto del noblesse oblige, un uomo snob.”

Non conto il contenuto, conta il medesimo disprezzo verso l’uomo massa. Del resto non li si condanna per essere massificati e spersonalizzati, ma per voler avere un proprio modo politico e sociale per esserlo. Populisti, qualunquisti ecc ecc e giù improperi e condanne di ogni tipo.

Ma non era stato sempre così. Un tempo gli intellettuali, ovviamente quelli di sinistra,  della parola massa si riempivano la bocca e dicevano che non bisognasse affatto averne paura. Il marxismo dava loro l’ideologia per manipolarle, per comandarle, per addomesticarle ad un progetto elitario ben preciso. Non si trattava affatto di teoria rivoluzionaria, ingenui quei pochi giovani che ci hanno creduto, ma di controllo di massa da parte di un discorso ideologico neo-elitario che si prefiggeva di acquisire potere attraverso il controllo della massa operaia. Parlo di marxismo e non di Marx, ma questa sarebbe tutta un’altra storia.

Per un po’ il giochetto è anche durato. Le masse “assoggettate” al verbo marxista divenivano soggetto sociale attivo e protagonista della storia. Poi, quando invece di ascoltare i dottori del “verbo” marxista parlare della teoria del plusvalore, hanno cominciato a seguire la società dei consumi e a vedere film di quarta serie e poliziotteschi con Maurizio Merli e poi gabibbi vari, esse sono tornate ad essere qualcosa di cui avere paura.

Un tempo andava bene dire abbattere il potere borghese che, per inciso, era un potere che, politicamente, si manifestava attraverso il parlamentarismo democratico. Oggi, invece, il Parlamento è divenuto il migliore dei mondi possibili.

“I grillini sono anti-sistema, anti-Parlamento, sono arrivati alle Camere con l’obiettivo dichiarato di portare dentro le istituzioni la voce di chi non ha voce. Vengono accostati al movimento dell’Uomo qualunque di Giannini, ma somigliano più al movimento del francese Poujade o ai repubblikaner tedeschi degli anni Settanta che non volevano essere assimilati ai neonazisti ma avevanol’obiettivo di abbattere la democrazia parlamentare. Lo stesso peraltro, con tutte le debite differenze, dei partiti comunisti agli albori, negli anni Venti in Francia. Ma l’essere una forza antisistema non vuol dire certo essere una forza politica”.

Ma chi scrive si sbaglia, non è che la democrazia parlamentare ad essere il migliore dei mondi possibili, sono i grillini ad essere sbagliati. Qualunque cosa essi dicano o facciano, essi sono sbagliati a prescindere. Quelli che non si sono rassegnati a fare gli avanguardisti di massa, li chiamano stampella del sistema e parlamentaristi, perché non sono davvero una forza antisistema. Quelli che, come Canfora, ormai si sono adeguati ad una posizione di retroguardia intellettuale, li definiscono pericolosi antisistema.

Come un caleidoscopio il M5s proietta i colori e le immagini più disparate. Il suo consenso spaventa e fa gola e lo si vorrebbe controllare in nome di presunte, molto presunte, superiorità intellettuali. Avviene però che non potendoli manovrare, almeno ritenendo di non poterlo fare, essi si limitano a condannarli, a circondare il movimento di uno scetticismo preventivo e ben orchestrato.

Dire che oggi intellettuali e pensatori stiano dalla parte delle elite e quindi delle elite finanziarie, sarebbe un errore. Non che singoli esempi non ve ne siano, ma questo rimarrebbe falso dal punto di vista generale. Semplicemente hanno smesso di essere avanguardia e credervi. Hanno paura, lo ripeto, del cambiamento radicale e soprattutto di interpretare un discorso sulla necessità del cambiamento radicale.

E’ una fase storica fatta così. Successe a molti fautori della rivoluzione francese  divenire in seguito dei quasi reazionari, si pensi all’Hegel difensore dello stato prussiano. Oggi, evidentemente, per un intellettuale è quasi impossibile essere dal lato di coloro che vogliono cambiare il sistema. Quando lo dicono a parole, vogliono essere sicuri di non poterlo fare, per questo si scelgono doviziosamente gruppuscoli innocui dal punto di vista dell’impatto sociale.

Infatti Canfora la verità la dice senza ambiguità:

“Credo che rispetto ai drammi sociali che il paese sta vivendo, il nostro è un popolo esemplare. Perché se no avrebbe dovuto fare come in Grecia, alzare le barricate “. Invece di considerare un demerito un popolo che non si ribella davanti al dramma di una situazione sociale disastrosa, per Canfora questo è sintomo di “esemplarità”. Non vi è molto da aggiungere perché la posizione è chiara, chiarissima.

E’ dal 1989 che questo dura e continuerà a durare. Non bisogna farsi alcuna illusione, le elite intellettuali, in  questa fase storica, non appoggeranno mai nessun Movimento definito antisistema. Non proveranno neanche a capirlo, a interpretarlo davvero.

A mio avviso, infatti, quello che più spaventa è proprio il fatto che tali movimenti rischino di dar voce a quell’uomo-massa-arrabbiato che la modernità ha creato e alimentato.

Ovviamente i movimenti “populisti”, come piace tanto chiamarli, non hanno creato né l’uomo massa, né la rabbia sociale prodotta da una crisi economica che rende molti uomini-massa impossibilitati a godere come prima dei frutti del consumo tecnico-consumista.

Spaventa solo che essi possano esprimersi direttamente senza cioè essere mediati da finti partiti di massa, che fino a questo momento erano riusciti a canalizzare l’uomo massa senza dargli davvero voce. Si potrebbe obiettare che gli sconfitti della globalizzazione, quelli che votano ora i movimenti detti populisti, abbiano la fondamentale colpa di non aver capito dall’inizio che una determinata ideologia, quella neoliberista e globalizzatrice, avrebbe colpito innanzitutto loro. Sarebbe vero e questo la dice lunga su quanto l’uomo-massa sia la cifra della modernità, solo che questo non c’entra molto con le paure degli intellettuali nostrani.

Non è il ritardo nella lotta o la poca radicalità della lotta stessa, ma è il fatto di voler cercare approdo in Movimenti come il M5s a produrre il loro irriducibile fastidio. Quando questi uomini-massa (gli stessi per inciso che oggi sono additati come dei barbari)  votavano i movimenti politici pro-sistema, o finto-rivoluzionari essi non erano un problema, ma una risorsa da sfruttare per altisonanti dichiarazioni sullo stato di saluta ottimale delle democrazie borghesi. Lasciamo perdere.

La cosa che mi più mi sconvolge dell’intervista di Canfora è un’altra. A suo avviso il male dei mali del M5s sarebbe il seguente:

“E’ un gruppo totalmente privo di cultura politica. Un gruppo di ignoranti. Non è una colpa morale ma certo è un grave difetto. Doloroso dirlo, perché lo hanno votato milioni di italiani, ma è così. Che poi sia ancora un fenomeno in crescita o meno, lo vedremo”.

Mi sconvolge per un punto molto semplice, se esiste una classe politica la cui ignoranza politica è stata funesta per il Paese, non è certo quella grillina, ma quella che ha governato il paese negli ultimi 25 anni.

I dati del declino italiano sono spaventosi. La si smetta con il dualismo Europa sì Europa no, la verità è che l’Italia è il solo Paese ad uscire veramente devastato dal processo di creazione della moneta unica iniziato con i trattati di Maastricht del 1993. Basta leggere i dati, siamo il solo Paese a non essere più cresciuto, e ad avere tutti i parametri macroeconomici, demografici e sociali che definire preoccupanti sarebbe poco.

Nel 1992 una classe politica è stata fatta fuori da Tangentopoli.

In che modo leghisti, ex comunisti, ex missini e neo-berlusconiani erano in grado di governare e comprendere un fenomeno come quello della globalizzazione?

L’ideologia federalista del ce l’ho duro di Bossi o il marxismo dei Cuperlo erano davvero in grado di leggere meglio allora la globalizzazione e la finanziarizzazione dei mercati di come lo sono ora i grillini? Davvero l’essere più globalizzati del Re era l’unico modo possibile per l’Italia in quel frangente?

Socialisti e democristiani conoscevano i dossier, nel bene e nel male avevano dato un ruolo di rilievo al nostro Paese nel contesto della Guerra Fredda. Nel mondo che cambiava, Craxi e Andreotti sarebbero stati più capaci di gestire il processo di cambiamento proteggendo al meglio gli interessi dell’Italia. Era una cosa lapalissiana.

Verrebbe quasi da pensare che l’esser stati tolti di mezzo proprio in quel momento storico e sociale di passaggio, abbia fatto comodo a chi voleva un’Italia debole nel momento delle trattative.

I grandi intellettuali che oggi condannano la pochezza politica dei cinque stelle e che parlano di passaggi epocali, di grandi trasformazioni, di Cina ecc, sapete invece di cosa parlavano allora?

Ma di Tangentopoli ovviamente. Di corruzione, di onestà, di politica restituita ai cittadini, di partitocrazia, di sistema bloccato, insomma di tutte le cose che ora imputano al M5s. Quando servivano a scalzare alcuni per imporre altri, l’onestà era di moda, era la parola chiave, la volta per leggere il mondo, la panacea di tutti i mali. Ora che gli antichi scalzanti stanno per essere scalzati, essa è divenuta una vuota retorica. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti la vollero e la promossero gli stessi intellettuali e gli stessi che oggi accusano il M5s di fare della demagogia.

C’è una cosa peggiore del non avere memoria, è quella di avere memoria a comodo, ma forse la memoria non può che essere questo. Vale allora la pena ricordare queste piccole costatazioni a coloro che oggi sparano a zero contro il M5s.

Per Luciano Canfora chi scrive sarebbe un ignorante. Ci sto, questo significa però che ero ignorante anche quando militavo nell’estrema sinistra e mi dichiaravo apertamente socialista e rivoluzionario. Sono un ignorante seriale e dunque dovrei essere considerato democraticamente pericoloso. Perché non togliere il diritto di voto a gente della mia fatta? Eviterebbe di provocare tanto fastidio alla suscettibile sensibilità politica Luciano Canfora.

 

MARCO INCARDONA

AUGURIAMO AL GIOVIN SIGNORE CHE NON PUO’ PIU’ ESSERE WERTHER UNA SUBITANEA ASCESA AL PARADISO DEGLI ARTISTI IMMORTALI

Prestare attenzione alle critiche di chi non conosce nemmeno il senso concettuale di una qualsivoglia teoria critica, ha la stessa utilità di friggere l’aria con olio di palma.

Talvolta però, un po’ come accadeva con la musica, quando i compositori componevano delle opere per un’occasione particolare, anche le critichelle di un Giovan Werther pentito e redento possono prestare il là a un ragionamento o forse al chiarimento di alcune mie posizioni.

Sia chiaro dunque, che chiunque lo varrà, potrà e dovrà scrivere quello che vuole su di me. Del resto chi scrive parla di sé anche quando parla di un altro, per cui la cosa mi tange poco, soprattutto quando viene da personaggi in cerca di un posto al sole iper-borghese.

Una delle classiche critiche da tre soldi (mi perdoni Brecht per la citazione) che i volontari schiavi del sistema sbattono in faccia a coloro che si provano a mettere a critica, non la possibilità di sottrazione dal sistema sociale(perché una tale possibilità di sottrazione non esiste), ma la bontà del sistema stesso, è il fatto che la loro prassi cade sempre vittima di contraddizioni.

Cosa si dovrebbe rispondere a tanta idiozia!!!!

Vivere quando l’unica cosa certa nella vita è proprio la morte non è forse la più radicale delle contraddizioni? E non è forse vero che si tratta di una contraddizioni nella quale tutti incorrono, anche coloro che si danno al sistema come debuttanti al ballo?

E fosse solo quello, poveri i miei Werther dalla parola troppo facile.

Da Quando Dio è morto, perché Dio è morto proprio nei cuori di queste, oh pardon questi wertherini invertebrati, cioè da quando non c’è un ordine gerarchico tra creatore e creato, non esiste più la vera trasgressione ad un ordine etico, quello che veniva tanto frettolosamente chiamato peccato. La scienza e la tecnica che sono la sola religione del presente, occupandosi solo della crescita di potenza della loro potenza, restano mute di fronte ai temi etici e l’uomo si sta rivelando troppo insignificante per darsi una risposta solida basata solo sul suo essere al mondo.

In balia delle onde cangianti del tempo presente, non solo non abbiamo solidi approdi etici, ma da tutte le parti, proprio quell’IO che la filosofia ha messo al centro della possibilità stessa di conoscere attraverso il linguaggio, si sta rivelando inadeguato e frammentario.

Di fronte a questo quadro di schizofrenica anaffettività personale davanti al reale, essere contraddittori, non solo non è un male, ma è forse la sola condizione di salvarsi dalla definitiva caduta nel baratro dell’inutilità mentale. Heidegger avrebbe detto sulla linea, ma non parliamo di cose che gli esserini in cerca di amori da rotocalco non possono nemmeno capire. Non avendo più nessun dovere morale rispetto ad un bene e ad un male immanenti, vedere le contraddizione nelle quali l’agire nel reale della società contemporanea ti induce, significa salvaguardare almeno la possibilità individuale di osservare gli eventi, piuttosto di subirli come un automa che si smembra in quanti IO quanti sono gli INPUT sociali a cui deve sottostare.

Per queste ragioni posso con calma dichiarare di essere contraddittorio. Ad esempio credo nel dovere etico di sottrarsi ad un sistema dal quale intellettualmente non scorgo la possibilità di sottrazione. Ad esempio sono critico gli esseri umani non per quello che sono e alla luce di quello che sono (mi sono perfettamente indifferenti), ma per quello che potrebbero e dovrebbero essere, pur sapendo che oggi il pensiero non serve a niente.

Per quel che riguarda le mie presunte capacità letterarie, non c’è alcun bisogno che i giovin signori invertebrati per non poter più essere nemmeno dei Werther mi insultino definendomi “,egli era narciso e psicolabile credeva nel suo egoismo , nel falso buonismo di essere un grande ed immortale scrittore ,criticando questo e quello e chi gli era amico, quando egli era una macchia e uno sputo del nulla”. Cito testualmente.

Anche nelle critiche il giovin signore, schiavo della dittatura dell’apparenza borghese, anzi piccola borghese, si dimostra ridicolo, anzi insignificante,

Questo non per aver colpito duro, per aver colpito poco rispetto alla realtà.

Nessuna critica, nemmeno la più argomentata, può essere tanto dura e drammatica quanto lo è il silenzio e l’indifferenza generalizzata rispetto alla propria opera. Tradotto in parole povere, non v’è alcun bisogno che mi si accusi di essere nullità, perché a ricordarmelo con ben altra forza sono proprio l’indifferenza collettiva che mi attornia. So bene di essere uno scrittore fallito e ne convengo, solo che non riesco a capire bene come dall’indifferenza possa venire un qualche giudizio critico e sensato sulla mia opera.

Nessuna critica è più critica e fa più male dell’indifferenza del mondo che mi circonda, soprattutto di quel mondo “culturale” (mi vien da ridere) nel quale il signor invertebrato vorrebbe entrare in bello stuolo. Auguriamo per lui e per i lor giovin signori candidati Werther di entrar presto a farne parte e di abbandonarsi al rito stantio delle presentazioni, dei festival, dei vernissages, dei cocktail party, dei workshop.

Evidentemente questi signorini credono che sia utile, un po’ come i riti di iniziazione alle gang di malavitosi, colpire qualche dissidente per dimostrare di essere pronti a far parte del sistema. Per essere servi volontari, si sa, bisogna innanzitutto essere dei criminali volontari.

Se questo è il caso, mi offro volentieri al tiro incrociato, spero solo di più alto livello intellettuale, di tutto coloro che si candidano al servaggio volontario del sistema culturale italiano e non solo.

Sarà bello vederli poi campeggiare in presentazioni, mostre vernissages ecc a celebrare il rito di auto-innalzamento in casta superiore di un ammasso di idioti patentati del dono della parola e delle arti.

Una piccola postilla per alcuni, ma non per tutti.

Una delle letture che più mi hanno cambiato la vita, e non scherzo, è stata quella del grande poeta portoghese  Fernando Pessoa.

Eppure il signor Pessoa non aveva pubblicato quasi niente in vita e se le sue opere non fossero state pubblicate successivamente, non avrei mai potuto fare quell’incontro tanto fondamentale per la mia esistenza.

Questa riflessione mi ha segnato ancora più profondamente.

E come se scrivessi a quel me di allora, sperando che un giorno, in qualche parte del mondo e del tempo che sicuramente non vedrò mai, qualcuno possa essere cambiato da quello che scrivo esattamente come io lo sono stato dalla lettura di Pessoa.

Bisogna pubblicare per questo?

Ovviamente no e ovviamente sì. Variabili infinite decidono per questo.

Hegel nella Logica ci ha mirabilmente insegnato che il cambiamento quantitativo massiccio di un fenomeno diventa, di conseguenza anche un cambiamento qualitativo.

Questo significa che oggi, nel tempo dei social e dell’iper-informazione, il mezzo di pubblicazione è enormemente cambiato qualitativamente rispetto al passato recente.

Cosa significa tutto questo?

Significa semplicemente che la possibilità nel tempo presente di un nuovo caso Pessoa o Cavafis, e/o Proust si immensamente ridotto. Essere al margine oggi, rischia di essere ridotto al silenzio per sempre.

Mi fermo qua, perché non serve a niente continuare, perché, come quasi sempre, aveva avuto ed ha ragione (ed avrà?) ragione il grandissimo Charles Baudelaire:

soudain, une indolence, du poids de vingt atmosphères, s’est abattue sur moi, et je me suis arrêté devant l’épouvantable inutilité d’expliquer quoi quece soit à qui que ce soit. Ceux qui savent me devinent, et pour ceux qui ne peuvent ou ne veulent pas me comprendre, j’amoncellerais sans fruit les explications.”

Eppure alcuni, quelli condotti dal celebre Filo d’oro di cui parlavano gli Gnostici, potranno capire ed allora i giovin signori invertebrati e non più wertherati saranno lontani e caduti nell’oblio del nulla di cui hanno tanto paura.

Quel tempo è certamente lontano, ma almeno quanto è vicino l’auto-dissolvimento di questo mondo di utili idioti dall’ambizione a buon mercato.