“PRIGIONIERO DI UN SOGNO”

L’opera di Giuseppe Spalla, si esprime attraverso una ricerca non ben identificata, almeno secondo i canoni tradizionali, non appoggiandosi tanto su uno  studio o capacità tecnica di tipo accademico, quanto piuttosto sul proprio agire e il proprio sentire di artista, sulla variegata espressione di forza della realtà e in virtù dei propri strumenti di lavoro, un lavoro che, del resto, dimostra la tenacia primitiva e l’esplosione vulcanica della sua terra, un calore e una conoscenza del mondo, basata su una semplicità solo apparentemente naif, eppure tale semplicità sembra, infine, sprigionare un fuoco, una forza, che pochi audaci hanno capacità di possedere, e che la pittura tendenzialmente accademica soffoca o reprime in nuce.

Passiamo quindi all’analisi dell’opera, per capirne meglio la poetica; ed infatti è un esempio fulminante, di quanto appena detto,  ” il prigioniero di un sogno “.

Il dipinto in questione raffigura un cavallo, reso sinteticamente, come visione e prefigurazione in un cielo azzurro, che rappresenta il pensiero onirico. Il destriero si staglia oltre una voragine nera come un’umanità che appare quasi sintetizzarsi in questo animale, in sospensione vertiginoso tra animo domestico e istinto selvaggio, in una dimensione prepotente e in tensione, verso una nuova esperienza celestiale, ingabbiata in un reticolato simile a sbarre di galera, dove noi siamo prigionieri dei nostri limiti e delle nostre capacità di giudizio che ostacolano il perdono e la purezza del nostro indomito equino.

Io nel mio piccolo posso non altro che augurare il più virtuoso ed autentico sviluppo creativo di Giuseppe Spalla .Per il momento vi invito a vedere le sue opere a palazzo Ximenes Panchiatichi a Firenze da 19 al 21 gennaio dove oltre quest’opera saranno presenti altre dipinti carichi della stessa suggestione.

 

Testo di Pierluigi Doro

 

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INCOSCIENZA DI CLASSE

Sono un poeta civile? No sono un poeta profondamente incivile e degli anatemi antichi di Platone faccio infine scherno e anzi me ne vanto! D’esser civili in questa civiltà putrescente c’è del resto poco, per non dire nulla da vantarsi. Questo lo sapeva bene il mio caro amico Hasan Atiya Al Nassar. Non lo avevo conosciuto che due anni fa, ma è come se lo avessi sempre conosciuto, come se lo portassi sigillato nel segreto del cuoreda tempo immemore. Per me uomo di mezza età, egli appariva puro come il più puro dei bambini descritti da Rousseau e il più vinto dagli uomini di questo mondo “civile”.

No non so che farmene di questo mondo che non riconosce il posto che merita, ovvero un semplice e sincero posto nella comunità, a una persona come Hasan. Meglio essere incivili, inutili, dissacranti e seguirlo nel pellegrinaggio da un vinaino all’altro, da un’osteria all’altra!

Chi fa più oltraggio alla vita, il poeta infedele al suo corpo o il corpo dei civili schiavi della convenienza?

Non ho risposte, o meglio le ho, ma so bene che chi le può capire, semplicemente non ha bisogno che gliele ripeta, e chi non le può capire, mai e poi mai le capirà…

Invece ho volto lo sguardo a un altro grande Poeta, nato nell’isola che mi ha dato i natali. Ho volto uno sguardo a un uomo che non ha solleticato mai i bassi istinti dei vinti della storia, ma ha invece ridestato il senso di dignità troppe volte calpestato da chi non saputo lottare e indignarsi. Ignazio Butitta saprà accogliere Hasan e dargli lo spazio che merita nella comunità che non esiste ancora e che forse mai esisterà, ma che resta l’unica nella quale meriterebbe di vivere davvero.

Punto.

Ho scritto una poesia pensando a loro, non nel mio stile, e dunque forse non bella, non stilisticamente importante, ma vi ho detto la mia verità, come vedo le cose, per il resto fate voi come vi pare…

 

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Il poeta Hasan  Atiya Al Nassar

 

 

INCOSCIENZA DI CLASSE

Alla memoria di Hasan Atiya Al Nassar

 

A chi parli poeta?

Parlo a chi non può capirmi,

A chi non ascolta la mia voce,

Fugge come la peste il senso dei miei

versi.

Parlo al popolo o a ciò che ne resta,

Mentecatto, abulico, abbrutito, squallido

Oltraggiato, umiliato e sempre pronto

A vendersi a qualsiasi paradiso d’inutili

oggetti.

Parlo a questa insulsa vendemmia

Di depensanti, di sgherri del niente,

Di braccianti del potere da quattro soldi.

Parlo a chi mi farebbe morire di miseria,

Della stessa miseria che da secoli cerca di

fuggire.

Parlo a chi mi sputerebbe in faccia

Pur di far piacere al ducetto di turno.

Parlo ai pascolanti domenicali nei centri

commerciali,

Ai frequentatori di chat, ai maniaci di social,

Slot machines, gratta e vinci e prostitute

da marciapiede.

Parlo alla donna picchiata che non denuncia

il marito,

Al marito ubriaco che si gioca tutto a carte,

Al figlio tossicomane che istrada un bambino

al primo buco,

Per farsi una dose che non sarà mai l’ultima.

Parlo alle bestie da stadio,

Agli stuprati e agli stupratori, ai mascalzoni,

Ai servi, ai consunti dalla noia di sistema.

Parlo a chi potrebbe essere

Quello che non ha mai voluto essere.

Chi mi legge invece lo avverso,

La loro vita parla troppo spesso di alti stipendi,

Saloni perfetti per grandi librerie,

Figli mandati in vacanze studio in Inghilterra,

Case al mare ereditate e cognati professionisti

in carriera.

Chi mi legge coincide troppo volte

Con chi mi opprime, con chi mi strappa la dignità

dalle ossa,

Umilia il canto che remoto sgorga dall’eterno,

Per ingannarlo in sterili polemiche da salotto.

Pi chistu parru cu tia… to è la curpa…

 

Marco Incardona

 

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Il poeta Ignazio Butitta

TOMBEAU DE HASAN ATIYA AL NASSAR

 

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TOMBEAU DE HASAN ATIYA AL NASSAR

Pensili per te non furono i giardini

Delle dimore che povere ti strinsero

Al petto amaro della notte.

Poterono gli umani capire il tuo sussulto,

il moto antico del tuo orgoglio di Poeta?

Lontano dalla terra dei due fiumi

Per te infelice coscienza del presente

E rifugio malinconico del ricordo,

Lontano dai clamori sguaiati della noia,

Dalla tragica ronda dei potenti di turno,

Hai posto la tua tenda scandalosa.

Ora che il sibilo di vento di un attimo

Si è trascinato via anche quella,

Di te resta la timidezza di uno sguardo,

Lo scintillare del tuo sberleffo improvvisato;

Poco per sedare l’arsura di questi tempi

Iniqui,

Per chi cerca di attaccarsi alle radici della

Memoria,

Strappandoti al distacco polveroso del nulla.

Perdonaci per non aver potuto capire

L’infinità umanità dei tuoi gesti corsari,

Come se altro fosse più prezioso

Del tintinnante battito di bambino,

Che tale a reliquia hai donato martire

Al mondo inaridito.

Ora che la bilancia perfida della vita

Non ti deve più inutili e mendaci responsi,

Affidati sereno alle piume soavi e potenti

Del Simurgh,

Vola sicuro tra le valli inviolate e sacre

Che solo il tuo cuore conosce.

 

M.  I.

 

Simurghdetail

MARCOVALDO E I VERSI DEGLI UCCELLI

A Natale dice che siamo tutti più buoni e dunque si fa regali e si fa doni e si fa parole ecc ecc proclami ecc ecc roboanti dissertazioni ecc ecc inutili silenzi ecc ecc invece noi per Natale 2017 abbiamo il mitico Marcovaldo che fa visita e si dona al Blog “Il tempo di Dioniso”. Al tempo dei Miagolatori che furono di Via San Gallo egli, il mitico Marcovaldo, avrebbe riso e avrebbe miagolato con noi, ma oggi che quel tempo non c’è più, non più far altro che ridere per noi che non sappiamo più ridere, guardare il mondo per noi che non sappiamo più guardarlo, indignarsi ironicamente per le cose del mondo che non vanno, visto che noi non sappiamo più farlo!
Bisogna essere riconoscenti con questo mitico e simpatico Marcovaldo e bisogna lasciarsi prendere per mano e farsi condurre per le strade di Firenze, se vi va, ma di qualsiasi posto, se vi aggrada di più! Perché guardare il mondo con i suoi occhi, criptarlo con il suo pensiero ironico ma sempre equilibrato è cosa buona e giusta!
Che gli altri strillino pure! che si starnazzino parole a vuoto a rendere reciproco, noi abbiamo Marcovaldo! Deus Gratias!
“Marcovaldo avvertì l’arrivo della primavera con tre mesi di anticipo. A gennaio aprì la finestra e notò dei rigonfiamenti sui rami del ciliegio che il comune aveva travasato davanti a casa sua. Sulle prime pensò a un parassita e bofonchiò: “Non ne fanno una buna!” Ma a una più attenta osservazione i rigonfiamenti si mostravano cerei e rossicci, mentre i bubboni provocati dai parassiti sono solitamente grigi e spugnosi, o turgidi e scuri. Col passare dei giorni i bocci si aprirono alla brezza tiepida che rallegrava il carnevale. Le strade erano coperte di petali e gli uccelli si posavano sui davanzali esibendo livree mai viste: gole rosse, ali gialle, code marezzate… Alcuni colleghi di Marcovaldo avevano preso la fissa del birdwatchng e tutte le domeniche si ritrovavano al parco con il binocolo in mano per osservare e annotare le specie e le varietà che sapevano riconoscere. Marcovado non aveva occhio per queste cose, così come non sapeva rIconoscere i funghi, perciò si accontentava del birdhearing: alle prime luci del giorno ascoltava gli uccelli comodamente raggomitolato nel suo letto. Due upupe mandavano a memoria questi versi: “Upupa, Ilare uccello calunniato dai poeti, che roti la tua cresta sopra l’aereo stollo del pollaio e come un finto gallo giri al vento; nunzio primaverile, upupa, come per te il tempo s’arresta, non muore più il Febbraio, come tutto di fuori si protende al muover del tuo capo, aligero folletto, e tu lo ignori”. Quando le upupe tacquero, attaccò l’usignolo: “La storia è di molti anni fa, ma proprio per questo vale la pena di sentirla, prima che venga dimenticata. Il castello dell’imperatore era il più bello del mondo, tutto fatto di finissima porcellana, costosissima ma così fragile e delicata, che, toccandola, bisognava fare molta attenzione. Nel giardino si trovavano i fiori più meravigliosi, e a quelli più belli erano state attaccate campanelline d’argento che suonavano cosicché nessuno passasse di lì senza notare quei fiori. Sì, tutto era molto ben progettato nel giardino dell’imperatore che si estendeva talmente che neppure il giardiniere sapeva dove finisse. Se si continuava a camminare, si arrivava in uno splendido bosco con alberi altissimi e laghetti profondi. Il bosco terminava vicino al mare, azzurro e profondo; grandi navi potevano navigare fin sotto i rami del bosco e tra questi viveva un usignolo…” La storia prometteva di andare per le lunghe e la cornacchia fece: “Taglia!” L’usignolo, indispettito, la sfidò: “E tu, con la tua voce sgraziata, saresti capace di rallegrare il mattino di quel poveraccio?” disse voltando il becco verso Marcovaldo. Per tutta risposta il corvide intonò questi versi romaneschi : “Una cornacchia nera come un tizzo, nata e cresciuta drento ‘na chiesola, siccome je pijo lo schiribbizzo de fa’ la libberale e d’uscì sola, s’infarinò le penne e scappò via dar finestrino de la sacrestia. Ammalappena se trovò per aria coll’ale aperte in faccia a la natura, sentì quant’era bella e necessaria la vera libbertà senza tintura: l’intese così bene che je venne come un rimorso e se sgrullò le penne. Naturarmente, doppo la sgrullata, metà de la farina se n”agnede, ma la metà rimase appiccicata come una prova de la malafede. – Oh! – disse allora – mo’ l’ho fatta bella! So’ bianca e nera come un purcinella… – E se resti così farai furore: – je disse un Merlo – forse te diranno che sei l’ucello d’un conservatore, ma nun te crede che te faccia danno: la mezza tinta adesso va de moda puro fra l’animali senza coda. Oggi che la coscenza nazzionale s’adatta a le finzioni de la vita, oggi ch’er prete è mezzo libberale e er libberale è mezzo gesuita, se resti mezza bianca e mezza nera vedrai che t’assicuri la cariera.” Marcovaldo dalle risate sbatteva alla testiera del letto. Quel rumore sguaiato fece scappare gli uccelli diurni e ridestò i notturni, che si affacciarono dai tronchi cavi e dai rami marci. Allocchi gufi e nottole, con gli occhi a mezz’asta e le piume spettinate, mormoravano: “Stavano neri al lume della luna gli erti cipressi, guglie di basalto, quando tra l’ombre svolò rapida una ombra dall’alto: orma sognata d’un volar di piume, orma di un soffio molle di velluto, che passò l’ombre e scivolò nel lume pallido e muto; ed i cipressi sul deserto lido stavano come un nero colonnato, rigidi, ognuno con tra i rami un nido addormentato. E sopra tanta vita addormentata dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera sonare, ecco, una stridula risata di fattucchiera: una minaccia stridula seguita, forse, da brevi pigolii sommessi, dal palpitar di tutta quella vita dentro i cipressi…”. Punzecchiato da sensi di colpa e da infausti presagi, Marcovaldo pensò che fosse giunta l’ora di fare colazione. Si vestì, andò in bagno, poi in cucina, armeggiò con la caffettiera e quando fece per prendere il filtro si accorse che l’oggettino di alluminio aveva attirato l’attenzione di una gazza ladra. “Prenditelo, ma lasciami in cambio un verso!” la supplicò. La gazza fece finta di non sentire e sparì tra le ampie foglie di un platano.
PS
Si ringraziano, in ordine di apparizione, i poeti Schulz Montale Andersen Trilussa e Pascoli…” Il sottoscritto Marco Incardona ringrazia invece Coppo di Marcovaldo!
Massimo De Micco si camuffa dietro lo pseudonimo Coppo di Marcovaldo perché per accostare i grandi bisogna indossare una protezione. Tra i grandi annovera Borges Calvino Chesterton e Rodari che gli hanno insegnato a rivoltare la realtà come un calzino in cerca di quel poco o tanto di felicità che contiene. E quando non la trova nella realtà la cercherà nella lingua, per l’esattezza sulla punta della lingua dove vanno a nascondersi le parole veritiere. La sua formazione psicologica e il suo lavoro nella formazione professionale lo hanno messo in contatto con tanti Marcovaldi in cerca di autore, persone semplici capaci di pensieri complessi, vite ai margini del chiacchiericcio e della reclàme, sorci sordi che non seguono il Pifferaio di turno. E forse per lunga consuetudine un po’ Marcovaldo il nostro autore lo è diventato. (queste le parole scelte dall’autore stesso per presentarsi al blog)
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Disegno di Coppo di Marcovaldo

INTERVISTA AL POETA MATTEO MAXIA

foto matteo maxia

Foto tratta dal sito della Casa Editrice Ensemble

Ciao Matteo la tua recente raccolta “Terre riemerse” uscita con la Ensemble del 2017 è un libro stimolante e poeticamente ricco di suggestioni e colorature importanti. Un libro che lascia apparire e immaginare un autore e un poeta ricco umanamente, prima che poeticamente, un libro che apre un orizzonte che supera il limite delle parole… anche per questo ho deciso di intervistarti…

Domanda Marco Incardona: Con quali parole vuoi presentare la tua opera e il tuo essere poeta ai lettori del Blog il Tempo di Dioniso?

Risposta Matteo Maxia: Credo che il titolo racchiuda il senso di ogni intento. Si tratta di una forte esigenza di condivisione, figlia del mio percorso, una scelta volta a creare connessioni, a innescare processi di immedesimazione. Il desiderio di poter contribuire, per la mia piccolissima parte, a stimolare la coscienza collettiva. “Terre riemerse” è un invito alle esplorazioni profonde, a giocare all’archeologia delle emozioni, per riportarle alla luce come esito della sedimentazione del tempo interiore, che è foriero di esperienze e di sorprese nascoste. In un mondo sempre più avido, timoroso e incapace di farsi ammirare bello, vero, autentico, spogliato delle proprie sovrastrutture che annichiliscono l’anima.

D: Sulle ragioni dello scrivere lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino scriveva: ”Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” cosa ne pensi anche per te la scrittura ha questo sapore?

R: Nelle – bellissime – parole di Bufalino trapela, neanche tanto tra le righe, la possibilità che entrambe le dimensioni, dello scrivere e del leggere, possano e debbano rappresentare un esercizio di profonda immersione nell’unico spazio in cui ci è concesso davvero di esistere: il momento presente. Lo scrittore perché ne restituisce un’istantanea; il lettore perché nelle informazioni processate dalla retina può stare in quell’istantanea e, contemporaneamente, dappertutto. La chiamano “evasione”, un concetto in cui si sostanzia tutto l’assurdo del vivere (non a caso, nell’immaginario collettivo, si evade dal carcere). Perché il vivere tutto dovrebbe essere evasione. Invece è divenuto capacità adattiva, possibilità residuale, un qualcosa da rubare e che invece appartiene di diritto a tutti, così come la sua possibilità di poter essere celebrato appunto ogni istante. Ecco perché Bufalino sembra quasi voler dire che non c’è tanto bisogno di ‘fantasy”, quanto di fantasticare semplicemente guardandoci attorno, nella pienezza della vita e nei suoi risvolti, spesso insondabili perché dati per scontati. Personalmente, scrivo anche e soprattutto per riproporre proprio questo tipo di esigenza.

D: In quale misura il mistero del non detto, del taciuto a se stessi è importante nell’improvvisa emersione della tua poesia?

R: In piena coerenza rispetto a ciò che ho detto in premessa, è importante nella misura in cui il mio taciuto dovesse farsi metafora che disvela l’espressività di chi legge. Nelle sua forma tassonomica più estrema, l’ermetismo, l’apparente ambiguità dei versi racchiude, di contro, l’invito allo scassinamento interiore. A liberare, attraverso i nodi semantici, circuiti sinaptici atrofici o inchiodati a punti di vista e percorsi emotivi che si auto-avvitano nella concatenazione del destino, in cui ognuno inconsapevolmente si trova a riproporre fedelmente medesime dinamiche in differenti contesti e esercizi di ruolo. Il ritrovarsi nei labirinti poetici, la forza stessa dell’universalità di un messaggio, può talvolta detonare processi terapeutici profondi, se solo ci si mette in gioco. Nel mio caso, in cui quasi sempre lo scrivere è frutto di un raptus creativo, il “non detto”, anche quello rivolto a me stesso, è spontaneo, non cercato, raramente costruito.

D: Visto le tue competenze e i tuoi interessi sociali e sociologici, che ti rendono sensibile e competente nello sguardo complessivo sulla società, in che modo, credi, l’evidente impotenza sociale della poesia oggi, il suo evidente vulnus nel trovare una propria collocazione, può trasformarsi in liberazione proprio grazie alla poesia?

R: Il paradigma di cui siamo figli, che spezza definitivamente il ciclo dei corsi e ricorsi storici per farsi punto di non ritorno, necessita di una scossa violenta, dalle fondamenta. Ho sempre pensato che la Poesia, al pari della dimensione creativa e spirituale tutta, rappresenti l’ultima via percorribile sulla strada per la salvezza. Altrimenti ci penserà la natura, ma con i suoi tempi e i suoi modi, verosimilmente impellenti e dolorosi. In un tempo in cui assistiamo impotenti, subendoli, alla caduta dei valori fondanti di un sistema, allo stralcio dei contratti sociali, a una politica che sembra aver esaurito incontrovertibilmente la propria dimensione e a un’economia capace di produrre la sola ricchezza di chi ce l’ha già, ecco che il pensare diversamente rappresenta oggi l’unica, vera possibilità di ri-(e)voluzione. Attualmente, specialmente in Italia, i versi vivono in una condizione permanente di “rifugiati poetici”, come conseguenza fisiologica di un processo di inaridimento culturale e di relazioni senza precedenti. La spersonalizzazione dei rapporti, l’atomizzazione dell’individuo, i social network come surrogato affettivo, solo solo alcuni indicatori di come si sia perduta l’unica forma di connessione davvero funzionale all’esistere: quella intima, con sé stessi e con gli altri. Tornerà la Poesia quando ci si saluterà di nuovo per strada e nel condominio, quando i gesti gentili prenderanno il posto della prevaricazione, quando la solidarietà si sostituirà alla guerra, ideologicamente costruita e sospinta, dei poveri contro i poveri. Nel frattempo, chi scrive ha la responsabilità di farsi ambasciatore di contaminazioni in tal senso. Il poeta, ma ancor più la Poesia, come linguaggio fondamentale alla ri-alfabetizzazione del mondo.

D: L’ipocrisia è oggi più che mai imperante, quanto questo è anche colpa dei poeti? Non deve l’essere umano trovare dentro di sé le ragioni per indignarsi e rivoltarsi, come sollecitava Albert Camus?

R: L’ipocrisia è figlia di tutti, perché figlia di questo tempo, nessuno escluso. È anche pur vero, però, che in una siffatta situazione anche il genuino rischia di essere disconosciuto, perché filtrato dalle lenti sporche di un senso comune profondamente inquinato. Questo è un mondo pronto a indignarsi, oramai e solamente, quando si scavalca il muro (ipocrita) del politicamente corretto. Occorrerebbe sbrecciare quel muro, invitare a guardare il mondo attraverso le feritoie di nuove suggestioni. Ancora una volta, alla Poesia (ma non solo ad essa) la responsabilità elettiva di canalizzare ribaltamenti crescenti di prospettive e di pensiero, attraverso e al di là di quel muro.

D: Quali sono i tuoi poeti preferiti? Chi credi ti abbia più consapevolmente influenzato? E chi più inconsapevolmente?

R: A differenza di ciò che è avvenuto per l’altro mio canale espressivo, la Musica, marcatamente permeata da influenze knopfleriane, non riesco a riconoscermi consapevolmente in un determinato poeta. Forse perché, di poeti preferiti, ne ho davvero tanti: Szymborska, Dickinson, Neruda, Salinas, Cortázar, Benedetti, Verlaine, Ginsberg, Gialal al-Din Rumi, Tagore, Merini, Cardarelli, Montale, solo per citarne alcuni e trascurane troppi.

D: in una bellissima poesia, “senior” il grande poeta Mario Luzi scriveva: “Ai vecchi tutto è troppo./ Una lacrima nella fenditura/ della roccia può vincere/ la sete quando è/ così scarsa. Fine/ e vigilia della fine chiedono/ poco, parlano basso./ Ma noi, nel pieno dell’età,/ nella fornace dei tempi, noi? Pensaci” Ecco noi che siamo nella “fornace dei tempi” cosa possiamo fare? E come generazione cosa non abbiamo saputo chiedere? Abbiamo lottato a sufficienza?

R: Nella fornace dei tempi siamo diventati un po’ tutti le rane bollite della famigerata metafora. Ci siamo assuefatti alle alte temperature del disumano senza averne consapevolezza, né coscienza. E ormai siamo al delirio, perché abbiamo la febbre, compreso il Pianeta che ci ospita. Non abbiamo saputo chiedere il rispetto dei nostri bisogni fondamentali, specie di quelli spirituali, immolati sull’altare di un Sistema che ci vuole piccoli, conformi, poco espansi. Non credo esistano ricette predefinite per tornare a essere girini liberi ma, sul concetto di lotta, propongo sempre, a livello individuale e collettivo, una suggestione che esula dagli approcci – a me evidentemente cari – della Sociologia o della Psicologia sociale. Credo saldamente che tutto abbia un senso in chiave evolutiva, anche ciò che, mentre viene attraversato, reca evidentemente con sé tutti i crismi del palese disastro. Mi è cara la categoria filosofica del “necessario”, ciò che non può essere diverso da così com’è, nell’economia di un epilogo che non ci è dato di scorgere nel breve periodo. Spesso, per vincere una sfida come quella che ci vede impegnati in quest’epoca di capolinea e in cui siamo vittime perché carnefici, occorre deporre infine ogni arma. “Mi affido al cuore ed attraverso il male”, canta Battiato: ecco, non avrei saputo dirlo meglio. Che non è rassegnazione o attesa passiva. È piuttosto presa di coscienza, accettazione, la scelta di una terza via, per dirla alla Gurdjieff. Non ci siamo mai trovati così impantanati, come in questo tempo, nella palude delle coppie di opposti, dove ogni cosa viene definita come scostamento dal suo contrario. Oscilliamo impotenti, intrappolati nelle polarizzazioni più disparate e declinabili a ogni latitudine del vivere, create al solo scopo di produrre divisioni (giusto/ingiusto, luce/ombra, ma anche uomini/donne, ricchi/poveri, padri/figli, centro/periferia, ecc.). Ecco, oggi abbiamo la possibilità storica di comprendere e di sperimentare, anche dolorosamente, che questa dinamica è ancora una volta funzionale al Sistema e serve all’auto-alimentazione di un circolo vizioso che ci ha portato sull’orlo del tracollo. È solo il pensare diversamene, il disporsi a sentire in maniera differente, l’assumere alt(r)e prospettive che può determinare la fuoriuscita da questa paranoia cognitiva per abbracciare il Tutto, che è sempre compiuto, inclusivo, privo di contrapposizioni.

D: Se come poeta tu venissi a conoscenza del muto segreto delle cose lo sveleresti?

R: Per la generosità che mi caratterizza, credo che sarei istintivamente portato a farlo. Probabilmente, per le ragioni sopra esposte, questa si rivelerebbe però essere una scelta incauta: prima di compiere la tramutazione dell’oro, è necessario che il piombo abbia raggiunto il punto massimo della sua utilità e della sua duttilità. E anche questo è un fatto “necessario”.

D: Sinceramente, cosa pensa dello stato della poesia e della letteratura in Italia oggi?

R: Vado controcorrente e non voglio affidarmi alle statistiche o arrendermi all’evidenza del fatto che siano pochi quelli che leggono a fronte dei tanti che scrivono. Mi affido, piuttosto, alla percezione di un qualcosa che io stesso mi trovo ad annusare. Nella mia sin qui marginale e trascurabile esperienza, ho infatti toccato con mano un bisogno crescente di Poesia. Anche il libro di cui sono autore, quindi mero tramite strumentale, è stato accolto con sincero entusiasmo e riscontri attenti, sentiti, addirittura inimmaginabili. Peraltro, in concomitanza a “Terre riemerse”, nella mia città così come altrove, ho visto fiorire proposte interessanti, di qualità. Mi piace pensare quindi a un segnale di inversione di tendenza.

D: Il tempo scorre e il nostro tempo si consuma inesorabilmente… quanto questo scorrere inesorabile del tempo ti assilla? Quanto è riscontrabile nella tua poesia?

R: Col tempo dobbiamo giocoforza farci i conti tutti quanti. Possiamo però scegliere di viverlo o di subirlo, così come avviene per l’esistenza stessa che dal tempo dipende, almeno in questa dimensione densa. Neanche tanto paradossalmente, ho sentito quindi l’esigenza di doverlo riconcettualizzare, proprio in una poesia del libro, chiedendo al lettore se il tempo non sia “quello spazio sacro tra il desiderio espresso e il suo realizzarsi”. Così come la dissoluzione delle coppie di opposti di cui parlavo prima, e ad essa strettamente connessa, anche l’emancipazione dal tempo rappresenta per me la conquista ideale più ambita di un salto dimensionale, di coscienza. Disse in proposito il fisico quantistico John Archibald Wheeler: “Il tempo è ciò che impedisce che tutto accada simultaneamente”.

D: Cosa diresti per spiegare la bellezza della poesia a chi non legge, non conosce e si trova sgomento davanti alla poesia?

R: Gli chiederei di farsi leggere alcuni versi, in maniera del tutto passiva. Di predisporsi semplicemente all’ascolto e di abbandonarsi alle sensazioni di ciò che dovesse risuonargli dentro. Come avviene per la musica. A catturare il resto, ci penserebbe l’inconscio.

D: Pensa ad una domanda per te fondamentale che non ti ho posto sulla tua poesia e, se ti va, prova a rispondere…

Non ritengo ci siano domande fondamentali, al più curiosità che, in un gioco di ribaltamento dei ruoli, io esprimerei all’autore di “Terre riemerse”. Ad esempio, di sicuro mi piacerebbe chiedergli se abbia mai immaginato di poter fare una chiacchierata con qualche poeta illustre. Sono certo che, in proposito, Matteo Maxia mi risponderebbe così: “Ovvio, con Prévert. Ma non chiedermi cosa ci siamo detti”.

 

 

terre riemerse

LA RIVOLUZIONE SENZA PIU’ FIGLI

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Nell’anno della ricorrenza del Centesimo Anniversario della Rivoluzione di Ottobre, c’era certamente da aspettarsi un numero copioso di uscite editoriali sull’argomento, più o meno scaltre, più o meno spudoratamente celebrative, ovviamente nel bene e nel male.

Non c’era invece da aspettarsi, o meglio, c’era forse da augurarsi un libro come Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio, edito dalla Minimum fax nel 2017. Un libro che non ti aspetti perché un libro che raccoglie la sfida, che consapevole dell’assoluta spinosità dell’argomento, non si adagia nei facili leitmotiv pseudo-storici e pseudo-politici che abbiamo come tanti pachidermi depensanti digerito negli ultimi trent’anni.

Lo scrittore sa fin troppo bene di muoversi nelle terribili risacche di una lente volutamente distorta dai vincitori dell’oggi, come sa che altrettanto distorta era la lente degli sconfitti di ieri. In questo gioco di specchi in frantumi, di memorie che non possono e non vogliono riconciliarsi, di mali che si vogliono sempre e comunque sottolineare e esaminare nella storia del perdente, come per meglio occultarli e camuffarli nella storia presente, Davide Orecchio si avventura e ci avventura come solo uno scrittore di rango sa e può fare.

Anche per questo vale la pena di rompere subito gli indugi e dire con forza che Mio padre la rivoluzione è un libro bello innanzitutto perché è un libro katà métron, come avrebbero affermato gli antichi greci. Una misura che lo scrittore non cerca ovviamente nel chiacchiericcio aristotelico del già detto e del già metabolizzato, quanto piuttosto nel viaggio metaforicamente ricco di incognite che fu quello di Ulisse e che è quello di coloro che cercano di creare una voce propria  nel groviglio solo apparentemente inspiegabile del non ancora pensato.

Un libro bello perché ambizioso, intrigante perché a tratti spiazzante, affascinante perché coraggioso. Basterebbe questo, nel panorama à bien des égards desolante delle lettere italiche, per fare di questo libro un’opera non solo da assaporare, sarebbe banale, ma da studiare e, diciamolo pure, da meditare. L’autore non ce lo impone, affidandoci uno scritto fruibile e scorrevole, eppure allo stesso tempo ci obbliga a farlo, come se durante la lettura avesse disseminato, in questo simile a Mozart nei sui terribili spartiti per corno, qua e là delle trappole improvvise per segnalarci che lo scorrere del testo e la vera letteratura non sempre, anzi quasi mai, possono andare gioiosamente a braccetto.

Bisogna essere in grado di fermarsi per leggere, bisogna soprattutto dimenticarsi di stare leggendo una storia, ma direi soprattutto di dover necessariamente  leggere una storia quando si è davanti un’opera di narrativa. Quale sottile inganno ideologico nasconde questa banalizzazione della letteratura! Viviamo in un mondo disincantato, in questo aveva ed ha assolutamente ragione Marcel Gauchet, un mondo nel quale i dati vengono bombardati come proiettili dalla traiettoria caotica. Ecco che alla narrativa si chiede un nuovo incantamento, una nuova economia morale con la quale criptare i dati del reale. Ma è un’economia morale che non è certo formazione, edificazione etica, quanto piuttosto una mera coerentizzazione della falsa coltre di caos che avvolge la realtà storica contemporanea. Coltre ideologica nel senso Marxiano e non certamente marxista, coltre ideologica della quale, troppo spesso, la letteratura contemporanea si presta quale ampollosa cassa di risonanza.

Come scrivere un libro sugli ideali rivoluzionari novecenteschi che hanno visto nella Rivoluzione d’Ottobre il suo apice? E come farlo scrivendo un libro squisitamente letterario?

Si sa, è il saper questionare il reale ad aprire i varchi, a delineare i possibili scenari da percorrere. Ma questo di per sé non basta o meglio non sempre può essere punto di partenza sufficiente. Questo è vero soprattutto in un tempo come il nostro, dove il trionfo fastoso di un incredibile caleidoscopio di prodotti e opzioni di stili di vita, non si accompagna di un altrettanto ampio caleidoscopio di visioni sulla vita e di visioni di come stare insieme in quanto esseri umani nella vita, ovvero in società. Nella tavolozza apparentemente variegata di ogni gamma di colori, inaspettatamente, si compone sempre e soltanto un solo scenario. Inaspettatamente? Può esserci una varietà delle cose che non incorpori anche la possibilità di un oltrepassamento di una data varietà delle cose?

Sarebbe facile e banale inserire queste domande nel quadro già coerentizzato e grossolanamente giudicato  del comunismo novecentesco. Ma sarebbe un esorcismo e questo Davide Orecchio lo sa bene. Sarebbe solo un modo per non declinarle nel quadro presente queste domande, per non porsi l’eventuale dubbio di una loro stringente attualità. Guardare al passato per “comarizzare” il presente, per destrutturarlo dalla dialettica con il reale e liberarlo alla “libera circolazione” delle opinioni prefabbricate usa e getta. Fortunatamente in questo libro siamo ben oltre questo procedimento già troppe volte visto e celebrato nella letteratura contemporanea.

Pur dovendosi muovere in un panorama tanto ostico e pieno di velenose insidie retoriche, lo scrittore riesce a consegnarci un libro inaspettato, per questo molto facilmente passabile sotto traccia, soprattutto nel panorama culturale italiano che non ha più molta voglia di pensare alcunché.

Invece questo libro andrebbe pensato prima che letto, interrogato prima che ascoltato.

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Basterebbe avere il coraggio di farlo, per comprendere che in fondo con gli strumenti che il presente ci impone è ancora possibile oltrepassare l’unidimensionalità del presente per dirla alla Herbert Marcuse.

Ciò che colpisce dell’opera è proprio la capacità di orientare gli strumenti letterari e narrativi dominanti nel panorama odierni verso scenari del tutto inaspettati. La tecnica con cui Orecchio costruisce le sue storie è una tecnica letteraria strettamente post-moderna, nella quale storie vere e inventate, quadri letterari e pratiche mutuate dalla ricerca storica si mescolano senza soluzione di continuità. Un testo zeppo di riferimenti rigorosamente storiografici e allo stesso tempo un testo assolutamente letterario. La storia “vera” e quella possibilmente “verosimile” si intrecciano in un dialogo dagli esiti sempre inaspettati.

Eppure questa disinvoltura, questa apparente adesione al “canone” letterario contemporaneo, non spalanca mai la strada alla facile retorica, alla fiera dei sentimenti che condanna il male assoluto soprattutto quando già non esiste più. La disinvoltura nel composizione di un collage sapiente di generi e stili narrativi, non si volge mai in dileggio contro l’argomento affrontato, in banalizzazione delle presunte pretese ideologiche dello sconfitto. Troppo facile giocare a palla con le ideologie in cui altri hanno creduto! Invece lo stile di Orecchio si fa sempre equilibrato, quasi impersonale, in questo simile ai documenti che il regime sovietico e soprattutto il kgb redigeva per descrivere coloro che decideva di controllare.

A ben vedere, è uno stallo perenne quello che ci propone Orecchio, uno iato, una messa in  parentesi di quello che forse oggi non siamo più in grado di capire davvero. E questo iato lo scrittore non ce lo scortica dalla vista, ma ce lo propone in tutto il suo stridore, con dovizia di particolari, di abili colpi ad effetto, di sapienti citazioni ben assestate. Tuttavia il quadro non si ricompone, non si ricompone, soprattutto, nella solita banale condanna a cui siamo abituati. Condanna che è più dei delusi di quella storia che di quella storia in generale.

mio padre

Con questo suo eclettico stile, lo scrittore racchiude il presente e lo apre al mistero della sua attuale incapacità di rivolgersi davvero al passato e questo proprio per la sua pretesa ideologica di volerlo giudicare e condannare senza processo. Distorsione della distorsione che egli risolve nello stallo, nel corto circuito di un mondo incapace di guardare serenamente alle proprie tragedie.

Questo iato fa di questo libro un libro nuovo, che chiude i ponti con traghettatori novecenteschi del “Secolo breve” e che si proietta, come pochi altri libri hanno saputo fare finora, nell’orizzonte ancora tutto da esplorare del nuovo secolo e del nuovo millennio.

Ne esce un documento letterariamente e storicamente esatto, da leggere con lucidità e la secchezza che merita. L’unico modo in cui, in questo tempo non ancora in grado di mettersi davvero in discussione, è possibile, oggi, guardare a coloro che, allora, credettero talvolta troppo fideisticamente in un credo politico dell’emancipazione. Coloro che forse, a ben vedere, sono molto più simili a noi di quanto si voglia ammettere a prima vista e che dunque, anche per questo, si ha ancora paura di guardare dritto negli occhi davvero.

Rimane solo da sperare che il tempo del confronto sincero non giunga quando sarà ormai troppo tardi.

 

 

Marco Incardona

 

ANCHE AI POETI CAPITA DI ESSERE GENEROSI

 

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Talvolta capita anche ai poeti di essere generosi. E si bada questa parsimonia nel dono, non è certo il frutto di egoismo irriguardoso, quanto piuttosto di un mero desiderio di preservare il senso prezioso del dono stesso. Quel che viene troppo facilmente svelato, diviene troppe volta volgarmente manipolato e perde di valore. Anche il tesoro più prezioso diviene pietriccio dozzinale se concesso liberamente all’uso generalizzato.

Il poeta queste cose le sa per sua essenza, perché non mercanteggia con le parole in cerca di facili successi, perché non valorizza il mondo al fine del facile plauso di un pubblico distratto. Nell’incrocio dove luce e oscurità coincidono, dove senso e eliminazione del senso si lambiscono pericolosamente, in pochi possono seguirlo. Bisogna prepararsi alla poesia per poterla leggerla, bisogna aprire la mente e il cuore alla vita e allora la fonte primoegenia della parola potrà ritornare a far sgorgare il suo conto. Nessun mistero che non sia già banalmente visibile allo sguardo. Questo è il mistero ai più inacettabile che la poesia cela gelosamente e riserva a pochi temerari.

Ma lo ripeto, a volte ai poeti capita di essere generosi, di svelare cioé la genesi di un verso, di una poesia che avrebbe benissimo non essere tale. Mentre l’altro giorno camminavo per Via del Quirinale, intorno a me i passanti sfrecciavano distratti, non badando affatto al mio passo d’improvviso sprofondato. In quel momento, mentre tutti in altre faccende si affaccendavano è nata questa poesia, in un momento preciso, nel freddo e ventoso riverbero di uno scampolo autunnale pieno di malinconia. Cammeo rappreso nell’alveo mal sacralizzato della memoria.

E questa volta la generosità sarà doppia e dunque forse irripetibile. Non solo il luogo e il momento, ma anche le immagini che hanno ispirato la poesia.

Da questi miei di genoristà, da questo mio voler svelare, diciamo cos’, il dietro le quinte che procede il gesto del concepimento poetico, giudicherete se sono stato all’altezza del compito che io stesso mi sono dato.

E su tutto Roma. Basterebbe quello.

 

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Tale a rigido milite,

Muto nella sua garitta di guardia,

Osservo il mondo liquefarsi allo sguardo,

E ricomporsi in ordalie

Immemori dell’esito certo.

Veleni suadenti ricompongono paesaggi

Di luce borale e promettono, incauti,

Messe a buon mercato

Nel supermercato sempre aperto del vizio.

Cadono spaurite le foglie,

Agitate da un vento ruvido d’anni,

Apparecchiano operose e zelanti

Il mio passo scorticato,

Fino a farlo sprofondare

Nel risucchio inaspettato di un tempo

Riverso.

 

Roma 29/11/17

 

Marco Incardona