ALTRO CHE TORRE D’AVORIO

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Si fa un gran parlare da alcuni decenni della presunta spocchia degli intellettuali. Sì proprio quelli arroccati sulla torre d’avorio, proprio quelli che pontificano su tutto e su tutti, che parlano di massimi sistemi e che non conoscono le esigenze delle poveri genti.

Magari fosse vero.

Perché se fosse vero questo luogo comune in un mondo che si nutre di luoghi comuni da propagare in forma interplanetaria, allora degli intellettuali non ve ne sarebbe alcun bisogno e sarebbero già spariti da tempo dagli Streaming cosmici. Invece come funghetti allucinogeni sembrano spuntare in ogni dove con libri “decisivi” per le sorti umane e progressive.

In questo momento, sarà perché sono in altre faccende affaccendato, vedo le cose da un punto di vista tutto mio, che volete farci, in fondo faccio quello che fanno tutti.

Comunque, sarà perché appunto sono affaccendato in un trasloco faticoso, che mi obbliga a caricare sulle mie spalle valigioni e valigioni di libri, fino a distruggermi la schiena, le cose le comincio a vedere a modo mio.

Mai come in questi giorni in cui sento su di me il “peso della cultura”, mi accorgo della pochissima per non dire nulla importanza che hanno i libri nella vita della stragrande maggioranza delle persone che mi circondano. Non poca importanza, o relativa, o discutibile, o criticabile. No! nessunissima importanza! Se non fosse stato per la scuola o il sistema capitalista che li obbliga per sue ragioni a saper leggere e scrivere, non darebbero ai libri NESSUNISSIMA IMPORTANZA.

Mentre cammino con i valigioni sulle spalle, li osservo, impiegati, studenti, commessi ecc ecc ecc li vedo presi dai vestiti,dai tablet, dagli smart phone, dalla Fiorentina, dall’Inter, ma mai, dico mai, dai libri.

Mi si dirà qualcuno legge, della serie eppur si muove… certo della serie quando leggere ha la stessa funzione del non leggere dico io. Spazzanarrativa!

Poi ci sono quelli che leggono solo quello di cui sono interessati e non li schiodi. Del resto non sono tanto diversi degli ingegneri e dei medici che si occupano solo del loro mestiere e delle proprie competenze.

Comunque, lo ripeto, sarà perché sto portando troppi libri su di me, ma proprio non lo riesco a vedere intorno a me questo futuribile mercato di onnivori lettori! Anzi a esser sinceri, da qui a quaranta anni vedo un mondo senza libri, abitato da persone che dei libri non sanno proprio che farsene.

Ho l’impressione che gli scrittori abbiano preso il cattivo costume dei critici, almeno per come li vedeva il buon vecchio Friedrich Nietzsche, ovvero cercano sempre di mettersi in un letto che non è il loro!

Io questo bussare a un pubblico che proprio non sa che farsene della scrittura, almeno di quella vera, proprio non lo capisco!

A vederli da fuori sembra davvero di assistere a tante ochette starnazzanti per avere un posto al sole, sole che poi viene sempre accusato o di riscaldare poco, o di riscaldare troppo.

E succede dunque, che a sancire il successo di uno scritto, subentrino fattori che con la scrittura c’entrano come il cavolo a merenda, si dice così vero?

Io invece penso e lo penso davvero, proprio perché dal popolo vengo, che questo sia davvero il tempo della resistenza culturale, che significa, per inciso, dell’arroccamento culturale!

Altro che torre d’avorio! nessunissima compromissione con questo sistema e per il semplice motivo che esso non sa che farsene della letteratura! Lo scrittore dovrebbe davvero non farsi capire e risultare indigesto, ma non con parolone retoriche da azzeccagarbugli della “narrazione del reale”, ma con una densità concettuale accessibile solo a chi ha intrapreso davvero il cammino della cultura.

Suggerisco agli scrittori di essere Gnostici, criptici, accessibili solo dopo immani sforzi di autocomprensione.

Almeno ci si stimerebbe di più tra noi.

Essere ostici e pretendere molto dai lettori, non significa per niente essere elitari, ma significa anzi il suo contrario. Questo tradotto in soldoni significa, visto che la cultura è un processo di cambiamento e trasformazione nell’autocoscienza, che essere ostici significa sempre considerare i lettori, ovvero le persone del mondo che ci circonda, per quello che potrebbero essere e non per quello che sono. Rispettare l’essere umano per la sua traiettoria potenziale, questo è la chiave della scrittura che proprio il sistema non può accettare.

Per questo bisogna non avere paura della solitudine e scrivere senza che esista un pubblico, né in potenza, né in atto.

Il mercato se ne farà una ragione e anche noi.

 

Marco Incardona

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ADIEU MA BELLE

La vita si articola di dettagli, zampilla negli istanti, scintilla nei momenti casualmente evocati nei giorni privi di rugiada. Sono i dettagli che sentiamo profondamente nostri, visceralmente inevocabili e riproducibili da nessun altro che non sia il nostro, intimo ricordo. Vivere i dettagli, gli istanti, significa quindi sfuggire alla riproduzione standardizzata della vita, al calcolo, alla riproduzione sociale dei gesti verificabili.

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Nelle metafisiche, nelle religioni, nelle ideologie, l’essere umano non potrà mai riconoscersi pienamente, non potrà mai specchiarsi per intero, non potrà mai collimare con se stesso. Per questo suo essere ostaggio del bisogno di grandi parole e di grandi narrazioni, per questa sua insita ansia di dare un senso chiaro e schematico all’esistere, l’uomo cade vittima del potere e rinuncia al suo poter essere.  Funziona così e non ci può fare niente.

Fortunatamente il Poeta, quando è tale, sfugge alla fame di senso e di regole e si nutre di dettagli. Il Poeta avanza famelicamente in cerca di attimi destinati a non avere senso, a sfumarlo nelle brume del mistero. Il Poeta, quando è tale, è sacerdote dell’incomprensibile, è meretrice di momenti squarciati nell’ombra. A lui non si possono chiedere spiegazioni, semplicemente perché non saprebbe darle. Seguirlo significa perdersi nel labirinto dell’esistere e non aver paura della sua caduta inevitabile.

“Adieu ma belle” è una poesia, e dunque, a voler essere coerenti con quanto appena detto, non vi è nulla da spiegare, nulla da chiarire. Un orizzonte però si affaccia all’angolo, qualcosa come una suggestione, qualcosa un non poter bastare a se stessi. Non è infatti la poesia che si riverbera nel discorso, ma il suo argomento, la città.

Ho vissuto Firenze come un esilio, l’ho in fondo vista come un monastero arroccato tra impervie montagne e con valli troppo remote per essere desiderabili. Un monastero arroccato certo, ma fastoso, scintillante di antica gloria e custode di memorie sigillate nel silenzio. Anche quando lo sguardo fuggiva a valle, in cerca del mondo che lotta per affermarsi, in cerca dello scalpitare del presente, tutto era troppo remoto e sfumato per avere i contorni della realtà.

Ma quando lo sguardo si nutre di una incrollabile, quanto disperata volontà, allora, infine, la valle diviene più concreta e il suo richiamo si rende quasi irresistibile. L’esilio della mente si frantuma su stesso e comincia ad andare in cerca di un esilio nell’esistere.

Ma questo non è un mio maldestro J’accuse alla città. Non avrebbe senso, non mi aveva chiesto di sceglierla come luogo di esilio della mente. Inoltre accusare Firenze di non essere all’altezza del suo passato, sarebbe come accusare le pietre di Leptis Magna di non essere all’altezza di Manhattan. Avere senso della misura innanzitutto.

Adieu ma belle dunque, ma non chiedetemi di spiegare alcunché e soprattutto non chiedetelo a Firenze, che è sempre in altre faccende affaccendata.

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ADIEU MA BELLE

Mi svuoti orma Firenze,

Mi pesi come un ceppo,

Mi scortichi come un supplizio,

Mi appiani come una falce.

Invano in te cerco i passi lieti

Del divenire estasiato,

Invano provo ad ascoltare

Lo sciabordio dei tuoi sogni.

Dirti ingrata sarebbe poco,

Come poco sarebbe dimenticarti.

E’ vero,

Non avrei mai voluto incontrarti,

Eppure ora che la mia pelle ti trasuda,

Lasciarti è uno strazio goccia a goccia.

Da ubriaco della tua notte vaneggio,

Ai quattro venti urlo il mio abbandono.

Già irrompe alla porta il giorno

Dell’inevitabile distacco.

A nessuno chiedo venia,

A nessuno pago il fio dei miei anni.

Nella reciproca indifferenza affogheremo

I nostri inutili sospiri.

 

Marco Incardona

UNA POESIA

 

FIGLIO ILLEGITTIMO

Nelle zolfatare del ricordo,
Emergono cumuli di cenere rappresa,
Il sangue dei morti zampilla
Dalla fontana immemore in cui mi perdo.
Un paradiso avrebbero potuto
Chiamare la mia terra,
Mentre i servi del vizio
Spalancano le porte della
Distruzione.
Nella foresta delle notti insipide
E scorticate d’alcool,
Sicilia ti sogno e ti perdo
Dentro un pozzo in picchiata verso
Il vuoto.
Avrei potuto essere solo un tuo figlio,
Ma altrove è stato massacrato il mio
Destino.
Fammi tua almeno,
All’ultimo respiro prendimi.

Rasna/Firenze
Marco Incardona

 

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“SOLO CHI SA ASPETTARE OTTIENE IL MEGLIO”

Deve essere senza dubbio vero che è proprio dai momenti di crisi collettiva e epocale, come quello che stiamo vivendo, e nel quale l’Italia sembra essere in drammatica avanguardia, che emergono, d’improvviso, quasi spuntati da una dimensione parallela, i documenti più rari e preziosi per comprendere il tempo presente.

Ammesso che ve ne fosse bisogno, Melting Point di Baret Magarian (edito da Quarup, meritoria casa Editrice di Pescara, nel 2017), ne rappresenta un’ulteriore prova.

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Pensando al panorama letterario italiano di questi ultimi tempi, appare, in effetti, sorprendente che un libro come Melting Point appaia prima nella lingua di Dante, grazie alle traduzioni attente e efficaci di Andrea Sirotti, Elena Moncini e Simone Pagliai, piuttosto che in inglese.

Di questo, nella sua postfazione incisiva e penetrante, Jonathan Coe sembra esserne perfettamente consapevole, affermando:

“Mi sorprende che solo adesso, a vent’anni dal nostro primo incontro, venga pubblicato per la prima volta un volume dei suoi racconti – e oltretutto nemmeno nella sua lingua: Ero certo che il suo talento sarebbe stato riconosciuto molto tempo prima.”

E leggendo con l’attenzione dovuta questo pregevole libro di racconti, non si può che convenire parola per parola con Jonathan Coe e rimanere sorpresi che questo libro venga alla luce solo ora, e per giunta in italiano.

Allo stesso tempo, anche e soprattutto per i motivi appena elencati, questo libro finisce per essere ancora più significativo e un apporto prezioso per le lettere italiche. In un panorama troppo spesso contraddistinto dalla vuota riproduzione, per non dire di peggio, di modelli stilistici e narrativi mutuati dalla letteratura anglosassone, Baret Magarian irrompe con la forza e la naturalezza di chi ne è consapevole e compiuta espressione.

Il suo stile, tagliente, controllato e sempre attraversato da una sottile autoironia verso lo stessa pretesa che sottende l’atto di scrivere, smaschera d’emblée la disarmante vuotezza contenutistica di certe ambizioni nostrane.

Melting Point è dunque un libro non solo da accogliere con favore e soddisfazione, ma innanzitutto da far penetrare, come una linfa vitale, nel tessuto sfibrato della nostra letteratura. Essere consapevoli di questo dono, significa introiettarlo dialetticamente come un altro e un altrove che si ribaltano, improvvisamente, nella familiarità dei gesti quotidiani.

Ma è certo che non è facile seguire il mondo dello scrittore Anglo-Armeno e renderselo familiare, soprattutto per la quasi inquietante capacità, che in lui sembra innata, ma che invece frutto di un laborioso lavoro di scavo e di penetrazione, con quale egli è capace di aprire varchi  e di illuminare ad arte interstizi della realtà del tutto inaspettati.

Quello che, in effetti, colpisce di più della scrittura di Baret Magarian è l’apertura stessa della sua scrittura e del suo stile. Un’apertura cosmica quasi del tutto assente nel panorama della nostra letteratura.

Eppure sarebbe fin troppo facile saltare alla facile conclusione che tale apertura derivi dall’altrove di cui Magarian è oggettivo rappresentante.  Non è nella reiterazione e nel gioco di ruoli che si gioca la partita, ma in un incessante e quasi maniacale scavo nelle profondità del reale.

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Sembra quasi che Magarian sia guidato da un’infaticabile sete di altrove, di alterità da demistificare con pungente ironia e da restituire nella loro latente assurdità. Cosmicità che non conosce requie, che non si appacifica nella conciliazione imperante del mondo usa getta della modernità liquida. Per chi è in cerca di facile pacificazione, il suo stile può apparire a tratti inquietante. Diventa invece preziosa guida verso lo scarto del possibile, per chi invece cerca dalla letteratura qualcosa che non sia la mera agiografia del reale.

La galleria di personaggi che i racconti di Melting Point prospettano un mondo parallelo e quasi sospeso, come se l’autore non volesse risolversi a pendere da una parte piuttosto che dall’altra. Per molti di essi, viene da pensare al famoso saggio di Jacques Derrida su Antonin Artaud, personaggi entre critique et clinique, nel quale patologia e inquietante comprensione del mondo si tengono per mano senza soluzione di continuità.

“Manicomiali” i personaggi di Baret Magarian lo sembrano innanzitutto per una sorta di ribaltamento dialettico della realtà, di cui egli sembra farsi muto e voluto interprete.

Se nella realtà di un mondo post-ideologico perché dominato da un’ideologia unica, i personaggi (che per inciso siamo tutti noi) cercano di stare a galla a forza di finto pragmatismo e cinismo, i personaggi di Melting Point operano il movimento diametralmente opposto.

Il loro cinismo apparentemente naturale e compiuto, proprio quello che tutti noi desidereremmo avere per sfuggire dalle trappole “mortali” dell’amore, della fede e dell’ideologia, finisce immancabilmente per non tenere e esplodere in mille schegge impazzite.

La potenza dei sentimenti di questi racconti indimenticabili, non nasce dunque dal modo con cui lo scrittore ce ne parla direttamente, ma dal modo con il quale egli ce li prospetta come orizzonte desiderabile per sfuggire alla drammaticità della realtà quotidiana. Più propriamente Magarian ci svela l’inaccettabilità del reale così com’è, prosciugando lo stile, frenando l’ironia, modulando con sapienza i déclics letterari, spalancando silenziosamente le porte al fragore nel non detto che impera nelle nostre esistenze.

Scrive alla fine del suo racconto Salvatore:

“Quindi una specie di lieto fine a questo grosso casino del cazzo c’è stata, mi pare”

Una “specie” appunto, sta ora ad ogni singolo lettore e lettrice trovare la sua.

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Marco Incardona

INCUBO SOGNATO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Domani sera alla Limonaia di Villa Strozzi bellissima serata di musica e poesia, incrocio di culture e visioni del mondo diverse ma sempre dialoganti…

Con molta probabilità, tra le varie cose, certamente le poesie di Affluenti e della nuova raccolta Nulla Caduco, leggerò anche questo brano, tratto dal romanzo che sto scrivendo, buona lettura:

Sono già diventato un ubriacone? Sono già la barzelletta dei miei amici che ridono vedendomi fare il pagliaccio nelle notti fiorentine? Penso proprio di no. O meglio, ancora di no.

Per ora tengo, mi trattengo. Ho una sola fortuna nella vita. So che farmene della lucidità, anzi mi è indispensabile.

Senza di essa non potrei scrivere e soprattutto non potrei pensare. Figurarsi leggere una qualsiasi pagina di Heidegger o Adorno da ubriachi. Nella vita si può provare di tutto, questo è certo, ma questo veramente no.

Alla mia già avanzata età, non posso definirmi un filosofo. Del resto non saprei neanche di cosa si tratti. A parte le fumose conferenze universitarie trincerate in un linguaggio specialistico, non riesco ad associare e declinare la parola filosofo nel mondo che mi circonda.

Dio è morto, ma la morte della filosofia è anche più fragorosa. Proprio non ce la fa a risorgere. Di altari almeno queste pecore umane ne erigono ancora molti e apparentemente dichiarano di credervi. Di filosofie nemmeno l’ombra. Amen.

Non sono un filosofo perché la filosofia è morta. Per questo, come un archeologo, provo a ricostituire con la mente e con il pensiero un mondo nel quale essa avesse ancora un senso. Mi aiuta ad evadere, mi parla di un’effrazione del possibile.

Fondamentalmente non credo alla centinaia di libri di filosofia che ho in casa. Edizioni critiche accurate, con decine di riferimenti bibliografici. Apparentemente si tratta di un avanzamento scientifico e qualitativo su ogni campo. Decine e decine di libri su Aristotele o Spinoza. Vite spese a scrivere articoli o saggi su di loro in biblioteche meravigliose di Harvard o di Cambridge.

Eppure non vedo niente di filosofico in loro. Anche il testo filosofico racchiuso in quei libri scientifici non mi appare più filosofico. Povero Spinoza se sapesse, penso. E sono convinto di avere ragione io.

La filosofia è soprattutto vita, la filosofia è la vitalità stessa, non la rappresentazione di un mondo che, attraverso la divisione alienante del lavoro, umilia le caratteristiche umane, limitandole a funzioni connaturate alla produzione per il mero consumo.

Libri che invece sanno di morte, che parlano dello sfruttamento barbaro dell’uomo sull’uomo. Eppure l’unico mezzo che mi rimane per evadere, per fuggire in alto, nel monastero benedettino della mia vita. Contraddizione tra le contraddizioni della mia vita, mi dico. Ma non mi parlino di filosofia e non si dichiarino filosofi.

Mi viene da ridere, un ubriacone filosofo. Ci mancava solo quello nella storia millenaria del pianeta. L’ultima pagliacciata del genere umano.

Eppure il pensiero mi è indispensabile, non riesco a fare altro. Ne ho bisogno come dell’aria che respiro. Fondamentalmente ho solo questo nella vita; al pensiero sono stato fedele e ligio come i Re Magi che seguivano la stella Cometa in cerca del Salvatore.

Perché bevo fino all’incoscienza allora? Non lo so. Per non sentire le stupidaggini altrui mi dico. Forse solo per cercare una zona dove io, per un attimo, non sono più io. Io che penso, divengo un certo io che smette di pensare, che vive nel guado, che scorge il baratro del nulla nella afasia umana e temporale.

Nell’incoscienza dello smemoramento, ascolto gli esseri umani più di quanto faccia quando sono totalmente sobrio.

In questa società di cui pensiamo di essere protagonisti, siamo in realtà delle comparse di quart’ordine, con poco talento e poche prospettive per il futuro.

Non parliamo, siamo parlati. Siamo ascoltati, spiati, sorvegliati più di quanto ci si illuda di ascoltare e di spiare gli altri.

Invertebrati che, in questo modo, si sono tolti dall’incombenza di riempirsi le ossa con le proprie pie illusioni di meretrici della vita. Ecco quello che siamo.

Bisogna dirsele queste cose, ma non possiamo in alcun modo fermarsi là. Grado zero certamente, traccia dell’invivibilità nauseabonda dell’esistenza. Proprio per questo impossibile stato di approdo e permanenza.

Sono un terrorista della vita e per questo mi vedo obbligato a pensare, ad aggredire l’esistenza con i colpi di martello del pensiero. Anche volendo, non potrei più fermarmi. L’intorno mi appare troppo infrequentabile per indurmi al compromesso.

Sia chiaro, dunque, per me la scrittura non è altro che un atto terroristico di grado secondo. Si tratta di una risposta momentanea all’angoscia provocata dalla consapevolezza dell’immenso spazio incavo nel quale si arena la mia convivenza con il mondo.

In fondo potrei benissimo non scrivere. Quando lo faccio, mi sento come un contrabbandiere che introduce merce proibita e lucra sulla stoltezza altrui. Scrivendo, mi trovo a violentare la realtà, strattonandola in una griglia valutativa tutta mia. Vi è qualcosa di grezzo nello scrivere, di indiscutibilmente violento.

Il pensiero mi distanzia, mi innalza verso luoghi di cui sono l’unico e solo frequentatore. Nel pensiero sono solo, sono mondo, sono salvezza del salvabile. Nella scrittura, invece, sono armato, sono in cerca di continui tornei cavallereschi.

Nella contesa non è possibile essere galanti, andare troppo sul sottile. Lo scontro conduce ai gesti repentini, alla violenza che precede la quiete desolata dello spazio devastato. Nella scrittura non esistono gli spazi frequentabili del pensiero. Il magma infrequentabile della vita diventa unico e melmoso protagonista. La scrittura è rancore contro il mondo e la sua merda. Quel che mi circonda diviene un amplificato esercito da abbattere con ogni mezzo. La stoltezza, un insulto che non posso tollerare in alcun modo. Il mio terrorismo è la scrittura. “

Marco Incardona

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AL SABOR CUBANO

Un gruppo molesto di italianotti giovani e quindi insopportabili è improvvisamente entrato al Sabor Cubano, mentre stavo leggendo”Melting. Point” di Baret Magarian, dopo il trambusto indesiderato da loro causato, ora li osservo…

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Fioco il tempo si molesta negli antri devastati

E in continua ricerca di un ultimo tremore,

Sparuti cercatori d’anime s’illudono ancora

Di servirsi dello loro magro bottino,

Squadernato con la dovizia di non richiesti

Tutori di un ordine assente.

Invano la terra agonizzante adesca qualcuno

Pronto a dar battaglia e a vendicare l’onta

penosa

Di questo umano errare

Nell’inutile selva di d esideri nati rancidi.

Preferisco sprofondare in questo muro di noia

Piuttosto che prendere per mano

Le vostre sciocchezze di scheletri danzanti.

 

Marco Incardona

 

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CHI DI “VISIONI MANICOMIALI” FERISCE DI “VISIONI MANICOMIALI” PERISCE

 

Ha certamente ragione il filosofo Remo Bodei, grande e attento studioso di Hegel, nel definire “visioni manicomiali” certe sparate a zero sul grande filosofo idealista.

Non si tratta in questa sede né di fare una “genealogia” di questa malafede antihegeliana né tantomeno di rintracciarne i motivi profondi storico e culturali. Sarebbe vano inoltre, perché in fondo chi non vuole capire proprio non vuole capire e non comincerà a modificare la visione su Hegel perché il sottoscritto si è deciso a scrivere delle cosiddette “visioni manicomiali” a suo riguardo.

Del resto si tratta di tutto è il contrario di tutto, basta che aiuti a non approcciarsi mai a Hegel come il suo pensiero meriterebbe. Accusato di idealismo, di primato della mente razionale sulla vita concreta, del concetto sul mondo “concreto” viene poi accusato di essere un implicito giustificatore di Hitler e Stalin, semplicemente per aver detto “che tutto quel che accade è razionale”, un idealista del realismo insomma.

Perdere tempo nello spiegare perché in nessun modo il razionale hegeliano è la mera descrizione di quel che accade fattualmente, ma solo di ciò che adeguato al suo concetto nel cammino di presa di autocoscienza dell’umanità come intersoggettività, sarebbe come spiegare una poesia in italiano a un pastore uzbeco.

Se Dio vuole, checché ne pensino i pastori della “visione manicomiale” anti-hegeliana, quando esco per strada in un Firenze affollata di ansia di spremitura turistica e di pascolo di mandrie di turisti mordi e fuggi e pronti a tutti pur di farsi un selfie al davanti al Duomo, posso liberamente continuare a pensare che non vi sia nulla di razionale in tutto quello che si apre al mio sguardo affranto.

Non che non vi sia razionalità nella tecnica, nella pubblicità, nei mezzi di informazione, nella società dei consumi ecc, al contrario, ma quella razionalità, per essere tale, esige il progressivo “depotenziamento” della libera razionalità individuale come autocoscienza in favore di un comportamento che definirei “razionale” a metà.

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Quello che proprio rende indigesto Hegel al tempo presente è proprio questo suo esigere che la razionalità, per essere tale, passi per l’integrale cammino di autocoscienza del soggetto nel mondo e nella storia, e ancor di più che questo cammino passi per una visione allo stesso tempo universalista e comunitaria dell’essere individui nel mondo.

Pretende troppo da noi questo Hegel, in fondo la si potrebbe riproporre così, pretende troppo e ci costringe ad un lavoro di continua interazione con la realtà storica e sociale, tutto il contrario di quello che in fondo vogliamo in questo tempo di completa deresponsabilizzazione di fronte ai meccanismi alienanti della modernità. Il pensiero hegeliano ci chiama continuamente in causa e pretenderebbe da noi una prassi coerente con il nostro pensare e non certo il facile adeguamento pessimista all’avanzare spersonalizzante della tecnica del capitalismo. Il suo pensiero ci chiama ancora in causa perché ci dice di dare testimonianza non di di quanto, inevitabilmente, appartiene al nostro essere specie umana, ma a quanto, poco o tanto che sia, appartiene alla sfera individuale e comunitaria e, per questo, razionale dell’essere umano nel mondo.

Ridurre Hegel a una specie di folle razionalizzatore di qualunque cosa in nome dell’idea, spalanca le porte alla sua facile, troppo facile, liquidazione come pensatore. Viviamo in un tempo che proprio non sa come uccidere Hegel e che ogni volta che pensa di averlo definitivamente liquidato, se lo vede rispuntare, dalle profondità del pensiero. Insomma un assassinio impossibile, perché è impossibili andare oltre Hegel, senza chiamare in ballo continuamente Hegel, che significa renderlo, implicitamente, il più attuale dei filosofi.

Tanto varrebbe confrontarsi allora onestamente e senza maschere pregiudiziali con questo grande filosofo, piuttosto che liquidarlo frettolosamente con frasi “manicomiali”, per poi essere obbligati a fare i conti con il suo pensiero senza ammetterlo.

Non si tratta qui di difendere Hegel, il suo pensiero si difende benissimo da solo, né di attualizzarlo, perché l’attualità di un pensiero dipende, ermeneuticamente, dalla creatività con la quale ci si rapporta ad esso e non dagli scarti temporali o dal suo essere di moda o meno. Si tratta solo di rammentarvi che non ce la farete ad uccidere Hegel, come non ce l’avete mai fatta ad uccidere Platone. Rassegnatevi.

“In generale, infatti, ciò che è noto, appunto in quanto noto, non è conosciuto”, ci ha mirabilmente ricordato Hegel nella sua prefazione alla “Fenomenologia dello Spirito”.

E chissà che proprio perché noto, Hegel sia divenuto infine terribilmente sconosciuto…

Marco Incardona

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